Il tempo liberato dall’intelligenza artificiale esiste già, si misura nei processi produttivi, ma non è ancora tornato a chi lavora. È questa la tesi al centro di un’intervista al giuslavorista Gianluca Spolverato, che affronta il nodo del rapporto tra IA, orario di lavoro e distribuzione della produttività. Secondo Spolverato, il tempo cognitivo risparmiato grazie all’automazione viene sistematicamente riassorbito dal sistema sotto forma di nuovi obiettivi, reperibilità implicita e ulteriori urgenze.
Il contesto è quello del cosiddetto decoupling: tra il 2000 e il 2025, secondo i dati Ocse e ILO, la produttività nelle economie avanzate è cresciuta molto più dei salari reali. Il valore prodotto è aumentato, il tempo per produrlo si è ridotto, ma nessuno dei due dividendi è tornato alle persone.La riduzione dell’orario a parità di retribuzione, già sperimentata in Islanda e nel Regno Unito con esiti positivi, viene riletta da Spolverato non come conquista sindacale ma come strumento di politica industriale. Il caso Luxottica, con il suo contratto integrativo che include benessere organizzativo come componente strutturale, dimostra che il modello regge anche in contesti manifatturieri competitivi.
A fare da contraltare, resta un problema strutturale: il sistema retributivo a ore penalizza l’efficienza. Chi adotta strumenti che comprimono i tempi rischia di veder ridotto il proprio reddito. Solo sganciando la retribuzione dall’ora lavorata e destinando parte del tempo liberato alla formazione continua, sostiene Spolverato, l’intelligenza artificiale potrà smettere di essere percepita come una minaccia. La legge seguirà le imprese, come già accaduto con lo smart working.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (21/04/2026).

