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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’IA non scrive solo email: la svolta creativa nel cinema

immagine Rain film festival. scritta su sfondo colorato, colori rosso, arancione e bianco

Quando si parla di cinema e intelligenza artificiale, il discorso pubblico finisce quasi sempre per incastrarsi sulle solite due parole: automazione e ottimizzazione. Sembra di leggere un bollettino di guerra aziendale, tra sceneggiatori che sfornano script a tempo di record e comparse digitali usate per tagliare i budget all’osso, all’interno di un settore che ha visto evaporare circa il 30% dei posti di lavoro da fine 2022 a oggi. Ma se provassimo a guardare oltre la solita apologia degli algoritmi e le clausole per tutelare i cloni virtuali degli attori, emerge un’atra domanda: cosa succede alla linfa creativa del cinema quando incontra una tecnologia usata non per correre più forte, ma per sperimentare l’impossibile, e dove va a finire questa sperimentazione una volta uscita dai laboratori?

La nuova geografia dei festival (anche i robot vogliono il loro red carpet)

Per capire dove si rifugiano questi esperimenti bisogna guardare là dove il cinema si è sempre messo in discussione prima ancora di fare i conti con il botteghino: i festival. Questa mappa geografica sta già nascendo a partire dal +RAIN Film Festival di Barcellona, il primo evento interamente dedicato a questo matrimonio misto, dove nei panel non si parla di software o prompt, ma di visione, estetica e autori, affrontando la domanda scomoda su dove finisca la mano del regista e dove inizi l’autonomia della macchina. Che non si tratti di un caso isolato lo confermano i fatti, con il debutto del Burano AI Film Festival a Venezia e le edizioni del NAIJA AI Film Festival a Lagos, a dimostrazione che il cinema generativo si sta prendendo i suoi spazi nel mondo reale.

L’elogio del difetto: quando le “allucinazioni” visive superano la realtà

I lavori più riusciti nati in questi contesti, a dirla tutta, non cercano quasi mai di scimmiottare il cinema tradizionale o di inseguire un fotorealismo perfetto. Anzi, il bello sta proprio nel contrario. Quando un algoritmo prova a ricostruire un volto umano o il movimento di un corpo, il risultato finale scivola quasi sempre in una strana zona d’ombra. I lineamenti risultano plausibili ma leggermente fuori asse, i gesti credibili ma privi della fluidità tipica della vita vera. Le cosiddette “allucinazioni” dei modelli e gli errori di proporzione creano un disagio visivo che ci ricorda che sostituire l’occhio della macchina da presa è un’impresa titanica se l’obiettivo è solo replicare il mondo così com’è. E’ fuori da questo perimetro che questi esperimenti hanno senso. Non nel copiare la realtà, dove il cinema tradizionale ha un secolo di vantaggi e una grammatica difficilmente scalzabile, ma nel dare forma a immagini che la realtà non potrebbe mai contenere. Parliamo di paesaggi che calpestano le leggi della fisica, texture visive senza equivalenti fotografici o creature che, con la produzione convenzionale, richiederebbero anni di lavoro e budget faraonici.

Uscire dalla trappola della produttività

La narrazione mainstream sull’intelligenza artificiale resta un loop abbastanza prevedibile fatto di efficienza, velocità e sostituzione del lavoro umano, eppure esiste una seconda strada, decisamente meno battuta ma molto più affascinante, in cui la tecnologia smette di ottimizzare e diventa un’estensione dell’immaginazione per chi scrive o crea. Certamente una parte del destino di queste tecnologie si deciderà nei laboratori della Silicon Valley e nei grandi uffici di produzione cinematografica per logiche industriali. L’altra metà della partita, però, si gioca nei festival indipendenti e negli studi d’artista, ovunque ci sia qualcuno che usa le macchine per inventare mondi che la realtà, da sola, non è ancora in grado di offrirci.

Immagine di copertina presa dalla pagina Instagram ufficiale del +RainFilmFestival.

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