L’intelligenza artificiale potrebbe offrire un supporto concreto a persone affette da demenza, contribuendo a ridurre la solitudine e stimolare le funzioni cognitive. Questo è quanto emerge da una serie di iniziative sviluppate da startup come NewDays e CloudMind, che stanno lanciando assistenti conversazionali progettati per interagire quotidianamente con pazienti in fase iniziale di deterioramento cognitivo.
Sunny, l’assistente AI di NewDays, dialoga con l’utente proponendo esercizi di memoria e rievocazione, con l’obiettivo dichiarato di rallentare il declino cognitivo e migliorare la qualità della vita. Il servizio, che costa 99 dollari al mese, si rivolge a chi vive con demenza lieve e si basa su un sistema di conversazioni empatiche, supervisionato da un team medico (non incluso nell’abbonamento). Al momento, però, non esistono studi clinici indipendenti che ne certifichino l’efficacia.
Prodotti simili, come BrightPath di CloudMind, sono stati testati in alcune residenze per soggetti affetti da demenza. Il sistema non solo interagisce con i pazienti evocando ricordi personali, ma fornisce anche aggiornamenti quotidiani sullo stato emotivo degli utenti, offrendo così uno strumento utile anche ai caregiver.
Gli esperti riconoscono il potenziale di queste tecnologie nel migliorare l’umore e ridurre il senso di isolamento, ma segnalano anche rischi significativi che spaziano dalla possibile sostituzione dell’interazione umana, ai problemi di privacy e alla vulnerabilità delle persone coinvolte.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (27/03/2025).

