Il governo giapponese non ha remore sull’intelligenza artificiale. La premier Sanae Takaichi ha presentato a fine gennaio alla Dieta un disegno di legge che permette di raccogliere informazioni personali sensibili, come cartelle cliniche o penali, senza il consenso degli interessati quando servono ad addestrare l’IA. Una scelta in linea con la legge del giugno 2025 sulla promozione dell’intelligenza artificiale, considerata fondamentale per lo sviluppo dell’economia, della società e della sicurezza nazionale.
Dunque, mentre l’Unione Europea prevede una regolamentazione vincolante con sanzioni e controlli rigidi, il Giappone va in senso inverso: niente multe né obblighi, ma promozione delle tecnologie e cooperazione tra enti. Lì dove la normativa europea vieta pratiche come il riconoscimento facciale invasivo, quella giapponese rimanda i controlli alle normative già esistenti.
Tuttavia, sebbene il Giappone sia all’avanguardia nella tecnologia, i cittadini si affidano ancora ai quotidiani cartacei. Difatti, Yomiuri Shimbun e Asahi Shimbun vendono rispettivamente 5,7 e 3,2 milioni di copie al giorno, con il mondo del giornalismo che resta guardingo su questo tema: l’IA si usa solo per riassunti, traduzioni e analisi dati, mai per scrivere articoli. Tutti dichiarano quando viene utilizzata e hanno istituito comitati per monitorarne le problematiche. Questo perché, come spiega Yasuomi Sawa della Waseda University, la fiducia è la risorsa più importante per un giornalista e delegare la scrittura a un chatbot significa tradire questo patto con i lettori.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (29/01/2026).

