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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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IA: una scommessa per la democrazia

IA democrazia

Sfera pubblica e democrazia: da Immanuel Kant a Jürgen Habermas

Di “democrazia” esistono molteplici definizioni, che convengono però sul fatto che senza “sfera pubblica” essa non esiste. Questo concetto, risalente ad Immanuel Kant ed elaborato con forza da Jürgen Habermas nella teoria e nella consapevolezza universale, indica lo spazio condiviso tra cittadini in cui circolano liberamente informazioni e opinioni, grazie ad un atteggiamento razionale di tutti i partecipanti, laddove tutti si impegnano a sostenere non ideologicamente ma razionalmente, con rispetto dell’altro, le proprie opinioni e convinzioni, cercando attivamente il confronto costruttivo. Nella misura in cui si partecipa a tale «luogo comunicativo di intermediazione», si è cittadini, non sudditi. Habermas individua, pertanto, quelle che sono le condizioni preliminari per questa realizzazione della democrazia tramite il discorso pubblico: i partecipanti devono impegnarsi a comprendere veramente come stanno le cose nella realtà, rinunciare all’atteggiamento strategico-egoistico di voler manipolare l’altro e, infine, accettare la forza del migliore argomento perché solo in questo modo l’interlocutore è riconosciuto come uguale. Quest’ultimo è da rispettare nella sua dignità anche quando sostiene posizioni che sembrano assurde o sbagliate. A queste condizioni, ad avviso di Habermas, «la comunicazione pubblica costituisce il nesso necessario tra l’autonomia politica dell’individuo e la formazione della volontà politica comune di tutti i cittadini».

L’era digitale e la frammentazione: algoritmi, bolle, fake e deepfake

Ora è lo stesso teoretico della “sfera pubblica” ad analizzare con preoccupazione lo sfaldamento della stessa nell’era digitale: per l’individualizzazione dei processi comunicativi (gli algoritmi creano discorsi preferenziali con un ambiente che promuove opinioni simili e fornisce informazioni corrispondenti agli interessi dell’utente), per cui si creano “spazi parziali” o forme di “bolle” che poi tra di loro tendono ad entrare in conflitto, avviene una frammentazione della sfera pubblica. Non esiste più un “centro” dove si genera l’informazione – identificato nelle istituzioni del giornalismo – ma il veloce e frenetico scambio di informazioni complica la formazione di un discorso che possa garantire un’unità condivisa nelle opinioni divergenti: Habermas, infatti, dubita della possibilità di un’«intermediazione qualitativa» operata dai media digitali, specialmente di fronte agli attacchi delle fake news e dei deepfake. Di conseguenza, le molteplici “autoreferenzialità” di singoli o gruppi fanno fatica ad ascoltarsi e prestarsi attenzione. Ognuno – individuo o gruppo – si riferisce, con l’utilizzo delle nuove tecnologie, innanzitutto a se stesso e ai propri interessi, distaccato dalla preoccupazione della “verità” delle informazioni e dell’“altro” da me. Il confronto con la verità dei fatti e con l’altro da me richiede fatica, ed essa non è un bene promosso dalle tecnologie intelligenti. In questo modo, diventa sempre più difficile coltivare la capacità di formarsi un giudizio critico sulla realtà per cui si genera la specifica forma dell’attuale crisi della democrazia.

Due derive della crisi: populismo e tecnocrazia

Di conseguenza, la democrazia diventa sempre più populista, da un lato, e tecnocratica, dall’altro. Mentre nel primo caso a costruire le maggioranze è il leader carismatico – e non il consenso per un’idea o un programma partitico – nel secondo caso si affidano le soluzioni delle questioni circa l’agenda politica a esperti o alla tecnologia intelligente. E dunque si delinea la direzione per cui un “buon governo” oggi dovrebbe mantenere la barra dritta: evitare le due conseguenze antidemocratiche del populismo e della tecnocrazia. Entrambe fanno a meno della ragion critica del cittadino, in quanto nel primo caso contano le non argomentabili preferenze ed emozioni dei singoli, e, nel secondo, il disinteresse del popolo che si diverte o distrae con le nuove tecnologie.

Infodemia e svuotamento del discorso: Byung-Chul Han e Niklas Luhmann

Il motivo per questi sviluppi – non nuovi ma potentemente accelerati con le nuove tecnologie – è che nell’infodemia (Byung-Chul Han) le informazioni non hanno stabilità temporale – sono sempre in procinto di essere superate e sostituite da altre – per cui diventa difficile costituire con esse qualcosa come una “sfera pubblica”. In altre parole, quando prevalgono gli algoritmi più intelligenti sia nel populismo che nella tecnocrazia, allora il discorso democratico si svuota perché non è più funzionale alla costruzione di una “sfera pubblica” condivisa tramite l’inclusione dell’altro attraverso il discorso razionale. Pur intelligenti, gli algoritmi fanno a meno della “verità”, ossia della questione di un discorso non solo “intelligente”, ma “ragionevole”. Le informazioni, infatti, si diffondono anche senza una sfera pubblica, da costruire umanamente, e proprio per questo l’IA diffonde, senza distinzione di sorta, informazioni vere e fake news. Il motivo non sta, dunque, in un’intelligenza mancante di tali sistemi, ma nel fatto che essi non riescono a realizzare la dimensione della ragione che approfondisce ciò che è informazione, la trasforma in “sapere”, la “memorizza” e ugualmente rielabora anche le dimensioni dell’“esperienza”. O come diceva il sociologo Niklas Luhmann: «In una società dell’informazione non si può più parlare di comportamento razionale, ma semmai soltanto di comportamento intelligente».

Polarizzazione, empatia e diritti: il ritorno dello schema amico-nemico

Se oggi la politica soffre anche della perdita dell’empatia, ciò non contrasta affatto con l’osservazione di una nuova carica irrazionale ed emotiva della sfera politica – che coinvolge in maniera nuova e preoccupante anche la dimensione religiosa. Con l’uso delle tecnologie “intelligenti”, contrario ai valori della democrazia, sta tornando una politica della polarizzazione, secondo lo schema dell’amico-nemico. Il meccanismo che rende possibile tale dinamica è l’indebolimento del riconoscimento reciproco, cioè dell’altro come interlocutore legittimo, principio che è alla base dei diritti umani universali e che oggi appare messo in crisi o deliberatamente negato da nuove forme di autoritarismo. Infatti, i diritti umani, implementati nella costituzione, esercitano un limite importante della democrazia che proprio in questo modo le assicura il funzionamento. L’empatia, intesa come capacità di assumere il punto di vista dell’altro, rappresenterebbe, invece, una condizione per ricostruire questo riconoscimento e per sottrarre il conflitto politico alla sua degenerazione identitaria.

IA, trasparenza e controllo del potere (WikiLeaks, Julian Assange, Iraq)

In futuro, la costruzione di uno spazio pubblico ragionevole, fondato sui principi del discorso che l’IA non può edificare con la sola rielaborazione intelligente di informazioni, dovrà avvenire nella società digitale stessa. Oltre un’analisi critica della stessa, come si è tentato di svolgere in queste righe, si rende necessaria una sua valorizzazione come possibile luogo della democrazia. E in effetti tale esigenza emerge qualora ci si renda conto che uno dei fenomeni degenerativi ante IA consisteva nella prolificazione di dinamiche segrete: lobby opache, negoziazioni riservate, tecnocrazie non controllabili, potere economico nascosto. In questi casi, l’IA può essere un grande aiuto al rafforzamento della sfera pubblica, in quanto contribuisce a rafforzare un elemento che la democrazia stava perdendo, per cui sono nati, dopo il 2010, anche i movimenti populisti. Con l’IA abbiamo la possibilità di garantire una «giustizia pubblicamente manifestabile» in una democrazia, come diceva Kant: «tutte le azioni riguardanti il diritto di altri uomini, la cui massima non si accordi con la pubblicità, sono ingiuste».  La possibilità di assicurare la “giustizia” della democrazia tramite la pubblicità delle azioni del governo è dunque uno degli aspetti centrali dove l’IA potrà contribuire ad un rafforzamento della stessa. I legami di potere che impediscono la realizzazione della libertà nelle democrazie odierne – rendendole post-democrazie – ricevono la loro protezione dalla segretezza. Pertanto, per quanto un fenomeno come WikiLeaks (Julian Assange, 2018) possa urtare il sentire profondo di un cittadino leale con il suo Stato, ha offerto anche un grande aiuto e servizio alla democrazia, contribuendo alla pubblicità di ciò che concerne “ciò che riguarda tutti”: ad es., è grazie a tali documenti che sappiamo che le armi nucleari che legittimarono gli attacchi contro l’Iraq non erano mai esistite. La pubblicità di tale informazione avrebbe verosimilmente orientato l’opinione pubblica, rendendo più difficile la giustificazione dell’intervento militare. Uno Stato può anche avere delle esigenze di segretezza (come nel campo diplomatico), ma ogni segretezza – non la pubblicità, in sinergia con l’idea di Kant – ha bisogno di giustificazione. Così si evince che le tecnologie intelligenti possano contribuire a mettere i cittadini realmente nella situazione di poter partecipare alla costruzione ragionevole della sfera pubblica. La domanda è se essi accolgano questa possibilità, anziché utilizzare le tecnologie per comportamenti ademocratici o antidemocratici: la risposta è di carattere culturale e costituisce la sfida del futuro. Ciò non toglie nulla al fatto che, in un periodo di reciproca sfiducia tra governi democratici e popolazioni, riscoprire il principio della pubblicità, tramite l’IA, potrebbe essere un aiuto per l’affermazione della democrazia stessa.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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