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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Il giornalismo culturale nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale

Giornalismo culturale oggi

Cultura. Natura. Artificiale

Tre parole chiave per capire il contemporaneo. Sempre più frequentemente tecnologi e sociologi si occupano di questo trinomio. Quest’anno se ne occupa anche il Festival del giornalismo culturale a Urbino che rifletterà proprio sull’ecologia e amplia il concetto di ecosistema dalla sua specifica lente di osservazione che è l’informazione e la divulgazione dei temi culturali.

Il Festival del Giornalismo Culturale: un ecosistema di idee

Il Festival del Giornalismo Culturale di Urbino è giunto alla XIII edizione e come ho già anticipato mette al centro il discorso ecologico, lo fa con ospiti che, della ricerca e dell’informazione ecologica, hanno fatto il loro principale impegno.  Stefano Mancuso, Serena Dandini, Mario Tozzi, Luca Mercalli, Telmo Pievani, Paolo Di Paolo, Donatella Bianchi, Caterina Volpi e tanti altri. Il Festival di Urbino è organizzato dall’Istituto per la Formazione al Giornalismo e dall’Università di Urbino Carlo Bo, e vede l’importante collaborazione della Galleria Nazionale delle Marche. Assieme a me da 13 anni ci sono Giorgio Zanchini e Piero Dorfles. Saranno tre giorni pieni di eventi – il 10, 11 e 12 ottobre nella Sala del Trono di Palazzo Ducale e nelle aule della Carlo Bo e avremo l’opportunità di confrontarci – il pubblico e noi – con studiosi, professionisti e personalità del giornalismo culturale, della letteratura, dell’arte e della scienza che si interrogheranno su come il discorso ecologico venga affrontato nell’infosfera.

Ecologia e intelligenza artificiale: alleati o antagonisti?

In un mondo dell’informazione, spesso dominato da prospettive politiche ed economiche, è il giornalismo culturale a poter stimolare il dibattito e la sensibilità necessari per superare gli ostacoli che il progetto di salvaguardia del pianeta incontra, e per favorire una diffusione universale della coscienza ecologica.

La riflessione culturale sull’ecologia certamente non lascia fuori dal suo campo anche l’intelligenza artificiale, per almeno 3 ordini di motivi: da una parte in virtù delle applicazioni tecnologiche che sempre più sono al servizio dell’ambiente; dall’altra, a causa dell’impatto ambientale che il suo sviluppo ha e che non sfugge agli osservatori più attenti; e in ultimo, poiché è ormai indifferibile un approccio che pensi al nostro ecosistema come sempre più ibrido, ovvero quando parliamo di ecologia essa include anche l’attenzione verso il mondo digitale.

Gli utilizzi dell’IA nel campo ambientale sono svariati e, se è enumerarli è impossibile, basta guardare ai modelli di studio dei cambiamenti climatici e della sostenibilità dell’utilizzo del suolo e alla maggiore precisione nell’analisi di set di dati complessissimi come quelli delle previsioni del tempo.

D’altro canto, invece, l’impatto ambientale di hardware e software connessi all’IA è ancora difficile da stimare; tuttavia, l’enorme impiego di energia elettrica (nel 2022, secondo i dati del MIT, i data center americani utilizzavano già una potenza pari a 460 terawatt-ora) e il sempre crescente utilizzo di acqua destinata al raffreddamento degli hardware rendono l’industria IA una delle più energivore del pianeta.

L’ecosistema digitale: l’ibridazione tra umano e macchina

Infine, il ragionamento si fa estremamente più largo se pensiamo che l’ecosistema nel quale viviamo include, ormai da oltre un ventennio, anche il mondo digitale. Proviamo a formulare una metafora per capire meglio: quando parliamo di nativi digitali non solo utilizziamo una metafora etnografica, ma implicitamente ammettiamo che molti di noi vivono già in un ecosistema digitale, dove l’umano e la macchina convivono. E i recentissimi sviluppi dell’IA farebbero pensare che noi stessi abbiamo contribuito a inserire in questo ecosistema (forse alterandolo?) delle nuove creature – in particolare gli LLM (Large Language Model) – che, da una parte, sono nostri fedelissimi e potentissimi alleati, ma dall’altra, possono trasformarsi in temibili predatori: come non pensare a Jurassic Park?

Dal punto di vista culturale, inoltre, dobbiamo riscontrare che questi sistemi crescono in modo esponenziale, allenandosi su testi e immagini (prompt) che giornalmente diamo loro in pasto e, in modo circolare, fornendoci elaborati sempre più precisi e sofisticati. Tuttavia, la produzione di questi risultati non può non destare qualche preoccupazione poiché gli elaborati prodotti da LLM – grazie alle capacità di calcolo senza precedenti di CPU (Central Processing Unit) e GPU (Graphics Processing Unit) – non sono altro che  testi (e immagini) iperprocessati. Dunque essi, proprio come nel caso dei cibi, alla fine potrebbero apportare un nutrimento “intellettuale” tendenzialmente decrescente, e in termini di originalità, sicuramente un contributo assai scarso.

Un cambiamento climatico della cultura

Il giornalismo culturale ha dunque il dovere di comprendere questo enorme fenomeno di trasformazione e inquadrarlo per quello che è: ovvero una sorta di gigantesco mutamento climatico che sta scuotendo il nostro ecosistema culturale. A questo proposito, viene spontaneo citare un’opera cardine del pensiero antropologico e sociologico: l’opera di Gregory Bateson del 1972 che, non a caso, si intitola “Steps to an Ecology of Mind” (Verso un’ecologia della mente, Adelphi). Si tratta di una serie di saggi che contiene però un approccio sistemico all’idea di mente e di ecosistema. Le teorie di Bateson sul concetto di ecosistema informativo, entropia e sul concetto stesso di Mente collettiva – che lo studioso analizzava quasi in chiave metafisica, paragonandolo a Dio (o comunque a una dimensione sovraindividuale) – acquistano una rinnovata vitalità alla luce delle conquiste tecnologiche dell’IA. E non è un caso, certamente, che uno dei saggi più citati di quest’opera si intitoli “Le radici della crisi ecologica” e prenda in esame le interazioni circolari tra prospettiva errata della cultura occidentale, progresso tecnologico e carestia.  Vedi schema:

Verso un’ecologia della mente collettiva

Alla luce di tutto ciò è evidente, dunque, che il giornalismo culturale non può che essere alleato di ogni battaglia che si muova verso la salvaguardia del pianeta e che debba farsi carico di un approccio ecologico che includa al suo interno anche il mondo digitale.

Il Festival del Giornalismo Culturale di Urbino si propone infatti di analizzare il discorso ecologico da prospettive molto diverse, dagli echi di testi fondativi come il Cantico delle Creature di San Francesco, Walden di Henry David Thoreau e Natura di Ralph Waldo Emerson, fino ad arrivare alle battaglie mediatiche di Greta Thunberg o ai riflessi dell’ecologia nell’arte figurativa e nella cinematografia. In quest’ottica ci sarà spazio per i media tradizionali – tv, radio e stampa – ma anche per il ruolo cruciale dei social media, con una prospettiva non solo accademica ma fortemente interdisciplinare.

Dal pensiero all’azione: ecologia e cultura in dialogo

Con 25 panel, 2 mostre, 3 spettacoli e svariati eventi Off, il Festival toccherà diversi ambiti: dalla ricerca al dibattito tra professionisti, dal cinema ai momenti di spettacolo, con l’obiettivo di raggiungere pubblici differenti e promuovere una divulgazione di qualità, accessibile a tutti, compresi i ragazzi under 18 che utilizzando app interattive (intelligenti?) si confronteranno sui temi della conservazione del pianeta che non può, come già detto, trascurare un attore ormai sempre più protagonista che è la tecnologia interattiva e intelligente.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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