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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Il vero messaggio del test di Turing

Rappresentazione del test di Turing

Con l’ingresso dell’intelligenza artificiale in un numero sempre maggiore di aspetti della nostra vita quotidiana, ci stiamo abituando all’idea di macchine che parlano direttamente con noi. Chatbot come ChatGPT, assistenti vocali come Alexa di Amazon e Siri di Apple e i servizi automatizzati di assistenza clienti popolano gli ambienti domestici e professionali. Queste nuove situazioni e opportunità rendono il gioco dell’imitazione di Alan Turing – il test di Turing, come viene comunemente chiamato – più rilevante che mai. Solo che non nel senso in cui il test viene solitamente interpretato.

Il test di Turing, infatti, è generalmente considerato un modo per valutare la competenza dell’IA. Il suo vero “messaggio”, tuttavia, non ha molto a che fare con l’intelligenza delle macchine, ma piuttosto con il nostro rapporto con esse. La questione, ci ha detto Turing, non è se le macchine sono in grado o meno di pensare. È se noi crediamo che lo facciano – in altre parole, se siamo disposti ad accettare il comportamento delle macchine come intelligente. Una volta assunto questo punto di vista, ci rendiamo conto che le nostre interazioni con l’IA sono modellate dalla nostra tendenza a proiettare l’umanità sulle cose: questa è una delle implicazioni meno comprese, ma più interessanti, del test di Turing.

L’intelligenza artificiale vista dagli esseri umani

L’articolo che ha introdotto l’idea del test, Computing Machinery and Intelligence di Turing, inizia con la domanda “Le macchine possono pensare?”. Tuttavia, Turing dichiara subito che questa domanda è di scarsa utilità: sarebbe impossibile, spiega, trovare un accordo su cosa intendiamo con la parola “pensare”. Propone quindi di sostituire questa domanda con un esperimento pratico, il test di Turing, in cui un interrogatore umano scambia messaggi scritti con un interlocutore sconosciuto per scoprire se si tratta di un essere umano o di una macchina. Sebbene il test sia solitamente discusso come una soglia per valutare se è stata raggiunta l’intelligenza artificiale, tale approccio non coglie la sua implicazione più importante. Assegnando a un interrogatore umano la responsabilità di valutare il comportamento della macchina, Alan Turing rifiuta di definire l’IA in termini assoluti e considera invece come gli esseri umani percepiscono e comprendono l’IA.

In questo senso, la proposta di Turing situa le prospettive dell’IA non solo nei miglioramenti di hardware e software, ma in uno scenario più complesso che emerge dall’interazione tra esseri umani e computer. Ponendo l’uomo al centro della sua progettazione, il test di Turing ha fornito un contesto in cui le tecnologie di IA potevano essere concepite in termini di credibilità per gli utenti umani.

Credo in te, Alexa: l’esempio degli assistenti vocali

L’esempio degli assistenti vocali, come Alexa o Siri, ci aiuta ad apprezzare le implicazioni del Test di Turing visto da questo punto di vista. Per garantire che gli assistenti vocali rispondano con apparente sagacia agli utenti, Amazon e Apple assegnano a team creativi dedicati il compito di scrivere risposte appropriate. Il loro lavoro è facilitato dai dati raccolti registrando le conversazioni degli utenti con questi sistemi, che aiutano gli autori ad anticipare le domande e i quesiti più frequenti.

Le risposte apparentemente intelligenti che derivano da questo lavoro sono in realtà una delle cose meno “intelligenti” che Siri e Alexa possono fare. L’attivazione di risposte preparate in precedenza è infatti estremamente semplice a livello tecnico: è più simile a una sceneggiatura drammaturgica e non necessita un comportamento comunicativo e sociale complesso da parte della macchina. Tuttavia, il tono ironico di molte risposte di questo tipo colpisce molti utenti e viene spesso indicato come prova delle capacità intelligenti degli assistenti vocali.

Questo esempio mostra come le attività meno complesse dei sistemi di IA possono apparire agli utenti come se fossero prova di importanti risultati tecnici nell’IA. Questo esempio dimostra che la nostra percezione delle tecnologie di IA non corrisponde al loro funzionamento interno: essa dipende sempre dalla soggettività del nostro sguardo e dalla tendenza fin troppo umana ad attribuire socialità e agency alle cose.

In definitiva, ciò che il test di Turing, e l’IA più in generale, mettono in discussione è l’essenza di ciò che siamo. Ma non perché, come sostengono le teorie del postumano, l’IA eroda i confini tra esseri umani e macchine. Piuttosto, il messaggio chiave del test di Turing è che la nostra vulnerabilità a essere ingannati è parte di ciò che ci definisce. Gli esseri umani hanno una spiccata capacità di proiettare intenzioni, intelligenza ed emozioni sugli altri. Questo è un peso ma anche una risorsa: dopo tutto, è ciò che ci rende capaci di intrattenere interazioni sociali significative con gli altri. Ma ci rende anche inclini a proiettare l’intelligenza su interlocutori non umani che simulano l’intenzione, la socialità e le emozioni.

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