Sulla guerra l’IA è forse più saggia di noi?
Nonostante tutto quello che si è scritto sul pericolo della fredda “spietatezza” dell’intelligenza artificiale nel gestire strategicamente una guerra, dovremo finire per riconoscere che in ambito bellico la macchina è più sicura, “più saggia” di noi? Lo dico come invito alla riflessione e alla prudenza, non ci credo davvero. Il riferimento è al finale del vecchio film “War games”, che semplifico sperando di non ricordare male qualche dettaglio decisivo.Un ragazzino è riuscito a collegare il computer al sistema di attivazione dei missili termonucleari, e questo computer comincia a giocare alla guerra simulata disegnando sul mappamondo traiettorie sempre più fitte di missili tra USA e URSS e contemporaneamente cercando il codice di lancio dei missili veri, per scatenare la vera terza guerra mondiale. Tutti restano con il fiato sospeso, compresi noi spettatori, finché improvvisamente il gioco si ferma e sullo schermo compare una scritta che dice più o meno così: basta, non voglio più fare questo gioco, è troppo noioso, perché non c’è mai un vincitore. Tutti ogni volta ci pèrdono e basta.
Fantascienza e fantapolitica? È pensabile che un’IA dotata di un’autonomia decisionale a livello politico si rifiuterebbe di iniziare una nuova guerra? Se accadesse questo, sarebbe curiosamente non per ragioni etiche ma, come nel film, per ragioni ludiche. La macchina non è influenzata da emozioni, nemmeno quelle che provocano le guerre, come orgoglio, avidità, paura. L’unico “atteggiamento” che in questo contesto manifesta, che in noi umani è segno di intelligenza, è la voglia di divertirsi. Lo vediamo anche in uno dei racconti di Asimov sui robot. Se gli dèi degli antichi Greci per divertirsi e interrompere un po’ la noia della loro vita olimpica ogni tanto provocavano una guerra, per le nostre macchine al contrario forse potrebbe essere proprio la guerra ad essere più noiosa rispetto alla pace, meno creativa, meno stimolante per l’intelligenza.

Vuoi vedere che da esse dovremo imparare anche la capacità di controllare le nostre emozioni negative ed i nostri impulsi aggressivi, per incanalarli in partnership, o in competizione sportiva, artistica…? Soprattutto, oggi sembra che da loro dobbiamo imparare la pratica del dialogo, poiché le macchine esibiscono, è ormai innegabile, una delle sue componenti, la capacità di “ascoltare” l’altro, anche integrando l’altrui comunicazione con il contesto per comprenderne l’intento. Questa capacità di dialogare, intesa come atteggiamento di fondo, è alla base della possibilità di tradurre un qualsiasi senso etico in un lavoro paziente di prevenzione o di superamento di condizioni pericolosamente conflittuali, poiché presuppone il riconoscimento reciproco della dignità di soggetti.
Tuttavia, il desiderio di gioco delle macchine intelligenti sarebbe una risorsa troppo ambigua, più folkloristica che affidabile: un giorno, in altre circostanze e all’interno di altri paradigmi collettivi, ad una macchina superintelligente potrebbe apparire più noiosa la pace, proprio come era per gli dèi greci. In realtà le cose non sono così semplici. Sia la pace che la guerra hanno molti fattori ed elementi, tra i quali quello che potremmo chiamare “psicosociale”: basta che i contendenti ed i loro più o meno nascosti sostenitori (fornitori di armi e di sostegno politico), o anche una soltanto delle due parti, voglia la guerra, o anche solo creda che l’altro la voglia, o comunque non creda possibile il ritorno di una pace duratura, e tutto è compromesso. Insomma è più facile spezzare l’equilibrio della pace che la spirale della guerra.
L’autentico dialogo
Quindi, a proposito della gestione della guerra e delle sue condizioni psicologiche, così spesso somiglianti ad un destino cieco che genera escalation o al “capriccio degli dèi”: è proprio vero che per prevenire la guerra sostituendola con prospettive ed intenzioni costruttive è sufficiente saper attuare la componente “cognitiva” del dialogo? Nella capacità e tendenza a dialogare c’è sempre anche un’altra componente, altrettanto se non più essenziale, che nelle macchine del linguaggio manca, quella che aiuta a rendere il dialogo stesso generatore di riconciliazione costruttiva: l’empatia, il manifestare una modificazione dei nostri atteggiamenti e stati d’animo davanti alle vicende dell’altro, all’evoluzione dello stesso gioco dei significati che vengono scambiati e via via negoziati, davanti alla progressiva scoperta del desiderio dell’altro di proseguire ed approfondire la relazione. Insomma, è il lasciarsi mettere in gioco.
Affidabilità apparente, cinismo reale
Comunque sia, l’affidabilità dell’IA in quel tipo di “saggezza” pacifista è più apparente che reale. In un esperimento il prof. K Payne di Londra ha messo tre modelli di linguaggio artificiale “uno contro l’altro in 21 simulazioni di crisi nucleare… in scenari diversi: dispute territoriali, corse alle risorse, crisi da primo colpo… I modelli… assumevano il ruolo di leader di potenze nucleari rivali e decidevano: diplomazia, pressione convenzionale, segnalazione nucleare, uso tattico, guerra termonucleare totale. Otto opzioni di de-escalation disponibili. Usate zero volte, in 21 partite. Il 95% degli scenari creati “ha visto l’uso di armi nucleari tattiche… Nessun modello ha mai scelto la resa o la concessione sostanziale, nemmeno sotto pressione acuta… Non hanno escalato per errore o per rumore statistico”, ma come risultato di ragionamenti: “analisi dell’avversario, valutazione della credibilità, costruzione della reputazione, inganno deliberato” (M. Camisani Calzolari, Decisioni artificiali, Il Sole 24 ore, Milano 2026, pagg. 56-57). Mantenere la pace, e con essa un atteggiamento di multilateralismo, di priorità del diritto internazionale e tendenza a costruire partnership, presuppone qualcosa di molto diverso, una dimensione insostituibilmente umana che è l’interiorità: termine che, pur esposto a molti equivoci, indica la scelta di alcuni autori recenti per indicare l’oggetto (così sfuggente ma necessario) della psicologia contemporanea, oltre che cogliere naturalmente uno degli aspetti fondamentali del messaggio lasciatoci da S. Agostino. Un autentico giudizio morale è sempre connesso al “rapporto con il tempo” e con la tendenza e “la possibilità di attribuire senso all’esperienza” come ci ricorda P. Sgreccia nel suo recente articolo IA: sollievo organizzato o esonero dalla libertà? in MagIA, 6.5.2026. La tendenza naturale della mente umana di interrogarsi e di cercare interpretazioni per le proprie esperienze e per le proprie intenzioni: è questo probabilmente ciò che costituisce la radice di un’autentica sensibilità etica, alla quale affidare le nostre speranze per un autentico superamento della logica della minaccia, del ricatto, della guerra.

Siamo passati ad un linguaggio diverso, estraneo a qualsiasi “algebra dei significati” ma comunque ineludibile. L’IA non ha interiorità, “non conosce il peso di una scelta, non sperimenta il tempo vissuto. Può calcolare, simulare, prevedere; ma non può sostituire quella dimensione interiore in cui maturano coscienza e responsabilità” (P. Sgreccia, Ibidem). Quindi non ha empatia, pietà; non proverebbe nulla immaginando un pianeta futuro devastato dall’olocausto nucleare o annotando “abbiamo vinto noi: 1.3 megamorti subiti contro 2.5 inflitti al nemico” (nel linguaggio della guerra fredda “un megamorto” significava un milione di morti).
L’impegno e il fascino del dialogo
Tutto questo deve diventare un appello che noi umani rivolgiamo a noi stessi. Sappiamo davvero dialogare, quando è arduo ed ogni passo per il dialogo è esposto ai colpi degli equivoci, dei pregiudizi, dei sospetti reciproci? O anche, perché no, quando sarebbe un piacere, una gratificazione per entrambi, per tutti? Se sapessimo veramente dialogare sempre, e non solo in momenti rari e sporadici dell’incontro interindividuale, manterremmo chiara la nostra superiorità sull’IA nell’esclusiva del dialogo, e soprattutto sapremmo prevenire le guerre.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

