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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Intelligenza Artificiale e Pensiero Umano

IA e umanità

Le riflessioni che propongo in questo mio intervento partono da due constatazioni che mi paiono sempre più evidenti.

La prima è che, da tempo, viviamo non nell’era digitale ma in quella post-digitale, in cui la tecnologia pervade ogni parte della società. Questa affermazione non dovrebbe stupire, perché già nel 1998 Nicholas Negroponte[1] aveva parlato di cosa potesse significare andare oltre al mondo digitale allora nascente. La parola “post-digitale” fu utilizzata per la prima volta nel trattato accademico The Aesthetics of Failure: ‘Post-Digital’ Tendencies in Contemporary Computer Music (2000) di Kim Cascone, che prese a modello i concetti sviluppati a tal riguardo dal Negroponte. 

La seconda constatazione è che, senza sottovalutare gli apporti positivi per il benessere umano personale e sociale, il postumanesimo e il transumanesimo rappresentano una ‘tecnognosi’. Questa ha la pretesa non solo di penetrare il mistero dell’uomo e di rimpiazzare l’umano con il cyborg[2], ma anche di costruire un’ingegneria della felicità abolendo l’anima. In effetti parlare di anima è diventato un tabù. Ciò è talmente vero che, nell’attuale contesto culturale dominante, usare il termine “anima” implica l’accusa di fare un discorso teologico, che sposta il problema dalla sfera tecnico-scientifica a quella religiosa, anche se si precisa, per esempio, che di anima parlava già Platone nel Dialogo “Fedone” (IV secolo a. C.).

La questione non è però se l’intelligenza artificiale, prodotta da macchine senza anima, sia superiore all’intelligenza naturale umana, che è una facoltà dell’anima umana, ma come le due “intelligenze[3]” possano e debbano interagire, perché la persona umana non solo abbia di più ma sia di più.

Secondo me la domanda “Cos’è l’intelligenza?” è una domanda per i filosofi. A tal riguardo cito Tommaso d’Aquino, che sottolineava l’importanza dell’intelletto e del libero arbitro nell’essere umano. Per esprimermi con altre parole, possiamo pensare all’anima come ad una entità capace e consapevole sia di sé che delle cose al di fuori di sé e, inoltre, libera di scegliere cosa fare con la conoscenza accumulata, e come interagire con le altre entità. Non va dimenticato che questa “anima” non ha massa, non occupa spazio e non è soggetta alle leggi di Newton, comunque è reale ed è studiata anche dagli psicologi e affini.

Da questo traggo un insegnamento: che ciò che il computer contiene e mostra è del tutto privo di significato senza una qualche entità al di fuori dello stesso che sia in grado di dare un senso a ciò che si vede sullo schermo. Quella entità deve avere una coscienza, un intelletto, il libero arbitrio, un’anima. I dati non sono informazioni, non sono conoscenza, non sono saggezza. L’essere umano con la sua intelligenza si pone delle domande che l’“intelligenza” del computer non si pone, domande inevitabili: da dove vengo? Dove vado? Qual è motivo ed il significato della mia esistenza? Dio c’è? Posso incontrarlo?

Insomma, il digitale non parla di Dio, ritenuto dai molti inesistente o irrilevante. Se ciò fosse vero, sarebbe sbagliata la definizione di educazione come introduzione alla realtà totale (cfr. Jungmann e Giussani), perché si negherebbe che Dio è reale. A questo riguardo faccio sommessamente presente che se è vero che l’esistenza di Dio non è dimostrabile, è altrettanto vero che non si può dimostrare neppure il contrario[4].

Tutto ciò implica l’importanza, per non dire la necessità dell’elaborazione di una adeguata antropologia filosofica, anche per rispondere alla contestazione dell’esistenza della coscienza come fenomeno spirituale propriamente umano. Obiezione, questa, che si è avuta soprattutto a partire dagli inizi del 20° secolo.  In effetti, fino a quel secolo, ma si potrebbe risalire anche a Spinoza (1632 – 1677), e a David Hume (1711 – 1776), il tema della coscienza e dell’anima[5] (che alcuni usano come sinonimi), era sempre stato di dominio del pensiero filosofico, poi si è fatta strada l’idea che la filosofia non potesse più occuparsene a causa della vaghezza dei suoi contenuti. Per una esigenza di maggior rigore, l’analisi della coscienza doveva essere affidata alla scienza.

A margine di questa decisione è utile ricordare che, nella tradizione anglosassone già da tempo si era imposta una torsione terminologica dalla coscienza alla mente (Mind) che oggi permette di formulare l’equazione Mind=Brain, a dimostrare che le parole che adottiamo legittimano determinati sviluppi e ricerche, escludendone altri. La coscienza, appesantita (secondo molti) da residui metafisici, ha “indossato” le vesti meno pretenziose di una mente/cervello e dall’indagine di ciò che caratterizza l’esperienza umana, si è arrivati ai calcoli ed alle misure necessari a risolvere un problema (problem solving) legato alla elaborazione di informazioni, di dati. 

A quanti non esitano a sostenere che, per essere degno di considerazione scientifica e filosofica, il problema mente/cervello debba essere esclusivamente risolto in termini oggettivi verificabili in laboratorio, è importante rispondere proponendo a) una antropologia legata alla filosofia, b) un’etica non procedurale, che elabori norme quali espressione di verità per il bene, c) una educazione che non sia ridotta ad istruzione e/o apprendimento, una scuola postdigitale, che non implichi una svalutazione del digitale, ma ne sia il superamento. In effetti la tecnologia è utile per la didattica e come strumento educativo, utilizzato da educatori (genitori, insegnanti, comunità educante) e che siano consapevoli dei limiti e delle possibilità di una educazione digitale o, meglio, post-digitale. L’educatore, il maestro non può essere sostituito da una macchina o da un algoritmo perché:

1 – Tutta l’opera educativa della persona umana (anima e corpo) deve essere sostenuta dall’amore di una persona e il mezzo più efficace è l’esempio vivente quindi una testimonianza ed una paternità spirituale esercitata da un maestro.

2 – Il compito principale dell’educazione è quello di formare l’uomo o meglio di accompagnare lo sviluppo dinamico per mezzo del quale l‘uomo forma se stesso; di analizzare la realtà della tradizione in cui siamo nati, per assimilarla, verificarla e svilupparla, incarnandola.

Da qui deriva l’importanza di un’etica per le nuove tecnologie in generale e per l’intelligenza artificiale, in particolare. Tuttavia questa etica non deve essere un’etica solo procedurale, ma una scienza che “scrive” norme come espressione di una verità per fare il bene. In un frammento di Eraclito c’è scritto: “L’ethos dell’uomo è Dio” (22 B 119). A questo riguardo va ricordato che “ethos” in greco ha due significati: quello di “morale” e quello di “dimora”. Quindi si può correttamente interpretare la frase di Eraclito affermando la dimora per l’uomo è ciò che costituisce per lui la divinità, la dimora per l’uomo è il suo dio. 

Breve bibliografia:

  • Benanti Paolo, La condizione tecno-umana. Domande di senso nell’era della tecnologia, Bologna, EDB, 2017, pp. 152.
  • Bongiovanni Secondo, Per una ecologia del cervello, L’esperienza umana tra neuroscienze e fenomenologia, in Rassegna di Teologia, 64 3/2023, pp. 313-334.
  • Fuchs Thomas, Ecologia del cervello. Fenomenologia della mente incarnata, Roma, Casa Editrice, Astrolabio, 2021, pp.306.
  • Giussani Luigi, Alla ricerca del volto umano: Contributo ad una antropologia. Milano: Jaca Book, 1984, pp. 112.
  • Tempesta Marcello, Basi antropologiche della pedagogia di Don Luigi Giussani.  Si tratta di un articolo di 11 pagine, reperibile su internet, digitandone il titolo (oppure ROCZNIKI PEDAGOGICZNE Tom 15(51), numer 1 – 2023 DOI: https://doi.org/10.18290/rped23151.4. Il testo in parola è stato pubblicato nel 2023 e contiene pure una bibliografia sull’argomento.
  • Scola Angelo, Questioni di antropologia, Roma, Lateran University Press, 1997, pp. 292.
  • Per quanto riguarda l’etica dell’intelligenza artificiale ho tenuto conto dell’insegnamento di Papa Francesco con particolare riferimento ai suoi discorsi rivolti ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 25 febbraio 2019 e il 28 febbraio 2020) e del contributo di detta Accademia tramite l’iniziativa “Rome Call for AI Ethics”, in occasione dello Workshop del 26-27 e 28 febbraio 2020.
  • Legrenzi Lorenzo, L’intelligenza del futuro, perché gli algoritmi non ci sostituiranno, Milano, Mondadori, 2024, pp. 180.

Siti internet:

#DiCultHer – Associazione Internazionale per la promozione della Cultura Digitale “Dino Buzzetti” – https://www.diculther.it

SIpEIA – Società Italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale – https://sipeia.it

UNESCO -Artificial Intelligence – https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence


[1] Nicholas Negroponte (nato a New York il 1° dicembre 1943) è un noto informatico, accademico e imprenditore greco-americano. Dopo aver conseguito la laurea in architettura presso il MIT nel 1966, Negroponte fondò il MIT Media Lab nel 1985, un centro di ricerca interdisciplinare che svolse un ruolo cruciale nella definizione dell’informatica moderna, della comunicazione e della tecnologia multimediale. Il Media Lab fu concepito come un laboratorio di ricerca che combinava in modo innovativo tecnologia, design, arte e scienze umane, con l’obiettivo di esplorare nuove tecnologie e sviluppare soluzioni per le sfide più urgenti del nostro tempo.

[2] Cyborg, comp. di cyb(ernetic) «cibernetico» e org(anism) «organismo». Nato nel campo della medicina, nel linguaggio della fantascienza, automa dalle inesauribili ed eccezionali risorse fisiche e mentali, ottenuto con l’innesto di membra e organi sintetici su un organismo umano vivente.  Termine reso popolare dagli scienziati Manfred E. Clynes e Nathan S. Kline in riferimento alla loro idea di un essere umano potenziato per sopravvivere in ambienti extraterrestri inospitali.

[3] In effetti, c’è una differenza qualitativa tra l’intelligenza naturale e quella che impropriamente (e in ciò concordo con parere di molti esperti) è chiamata “intelligenza artificiale”. Se, per esempio si chide a Gemini -un programma generativo, cioè non solo fornitore di dati, ma capace di costruire un discorso – di dare indicazione come scrivere un testo sull’IA, avremmo un risultato preciso e dettagliato, ma non originale, può creae solo a partire da quello che è gia stato depositato in rete. Ma soprattutto a differenza dell’IA, i cui composti sono ben noti ai suoi ideatori, l’intelligenza umana rimane tuttora il grande sconosciuto: essa è troppo complessa per essere ridotta a una formula o a un processore.

[4] Se è legittima la posizione di chi sostiene una cultura senza Dio è altrettanto legittima la posizione di chi promuove una cultura con Dio, riconoscendo che nella cultura c’è un nocciolo religioso. Qui, credo che possa bastare la citazione del pensiero di Cartesio che affermò: “Dubito, quindi penso; penso, quindi sono; sono, quindi Dio c’è”.

[5] Circa l’anima, già nel IV secolo a.C. Platone ne parla nel dialogo Fedone, (già citato nel testo di questo articolo) seguito poi da Aristotele a da altri filosofi greci, latini, medievali, rinascimentali, moderni, contemporanei. E’ un tema non solo teologico, ma filosofico e lungo la storia della filosofia è poi possibile trovare due comprensioni, diverse e opposte, dell’anima umana: la posizione per così dire “spiritualista” (Pitagora, Platone, Plotino, Agostino, Descartes, Leibniz, ecc.) e quella “materialista” (Epicuro, Lucrezio, Comte, Marx, Engels, ecc.). Oggi alcuni autori, considerando il termine “anima” come non più utilizzabile e preferiscono il termine “coscienza”.

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