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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Intelligenza artificiale e responsabilità del giurista. Riflessioni a partire da Giovanni Sartor

IA e diritto

Nell’attuale dibattito sulle trasformazioni che la tecnica impone al diritto, Intelligenza artificiale e responsabilità del giurista di Giovanni Sartor ha un merito particolare: quello di accompagnare il lettore in un percorso che va dai fondamenti tecnologici fino alle implicazioni giuridiche, senza mai perdere di vista la domanda più importante: non soltanto ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di fare, ma ciò che, come giuristi e come istituzioni, riteniamo debba fare.

È una domanda che non investe soltanto gli strumenti, ma il significato stesso della decisione giuridica, della responsabilità e del ruolo del diritto in una società attraversata da trasformazioni tecnologiche sempre più rapide.

È proprio su questo aspetto vorrei soffermare la mia riflessione: interrogarmi su che cosa possa essere affidato ai sistemi di intelligenza artificiale, che cosa debba invece restare alla responsabilità umana e in che modo il diritto possa governare questa trasformazione senza rinunciare alla propria natura.

Per affrontare questa domanda mi è tornata alla mente una celebre osservazione di Voltaire nel Commentario sopra il libro dei delitti delle pene, secondo cui «ci sono tante giurisprudenze quante sono le città».

Dietro quella provocazione vi è un’intuizione ancora attuale: il diritto non è mai un procedimento meccanico. Vive dell’interpretazione, del contesto, del confronto tra argomenti e, soprattutto, della responsabilità di chi decide.

Il diritto, a differenza dell’algoritmo, non è chiamato soltanto a produrre una risposta: è chiamato a renderne pubblicamente ragione.

Ed è proprio questo, a mio avviso, il filo conduttore del libro di Giovanni Sartor. Fin dalla Prefazione egli ci ricorda che l’intelligenza artificiale non pone soltanto un problema tecnologico, ma un problema eminentemente giuridico: il giurista deve comprendere la tecnologia per poterla governare senza rinunciare ai valori del diritto.

Il confine tra assistenza e decisione

Cosa possiamo affidare all’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale è straordinariamente efficace quando il problema consiste nell’elaborare enormi quantità di dati, individuare correlazioni, sintetizzare documenti, effettuare ricerche, formulare previsioni statistiche o produrre bozze di testi.

Nel lavoro del giurista ciò significa poter delegare, ad esempio: la ricerca giurisprudenziale; la classificazione dei documenti; l’analisi di grandi banche dati; il confronto tra precedenti; la redazione di prime bozze e la sintesi di atti complessi.

La vera novità, tuttavia, non riguarda soltanto gli strumenti di cui il giurista dispone. Riguarda il modo stesso in cui egli costruisce il proprio ragionamento. Se una parte crescente della ricerca, della selezione delle fonti, della ricostruzione dei precedenti e perfino della prima elaborazione argomentativa viene affidata ai sistemi di intelligenza artificiale, il rischio non è soltanto quello di delegare alcune operazioni bensì delegare, quasi inconsapevolmente, una parte del processo attraverso il quale il giurista forma il proprio giudizio.

Se il giurista smette di percorrere personalmente il cammino che conduce alla decisione, rischia di perdere anche la capacità di valutarne criticamente l’esito.

È questa, a mio avviso, una delle domande più profonde che il libro di Sartor ci consegna: come utilizzare l’intelligenza artificiale senza rinunciare all’esercizio critico della ragione giuridica.

La decisione giuridica, infatti non consiste semplicemente nel trovare una risposta.

Consiste nel giustificarla.

Ed è qui che emerge la differenza fondamentale tra intelligenza artificiale e ragione giuridica.

Il diritto vive di interpretazione, di ponderazione dei principi, di valutazione del caso concreto, di responsabilità personale e della possibilità che ogni decisione possa essere discussa e contestata.

Una sentenza non vale perché è statisticamente probabile.

Vale perché è pubblicamente motivata.

Sartor dedica pagine molto significative alla distinzione tra decisione, spiegazione, argomentazione e giustificazione. Un sistema artificiale può produrre una risposta plausibile o persino corretta; il diritto pretende qualcosa di diverso.

In questo orizzonte di senso, Piero Calamandrei ci ricorda che il giudice non è un mero esecutore della legge, ma interprete attivo che dà vita e concretezza alle norme astratte.

È proprio qui, a mio avviso, che emerge uno degli aspetti più originali del libro di Sartor che non si limita a domandarsi che cosa l’intelligenza artificiale sia in grado di fare; ci costringe a chiederci che cosa accade al diritto quando una parte del processo decisionale viene progressivamente affidata ai sistemi artificiali.

Se Calamandrei si interrogava sul rapporto tra il giudice e la legge, Sartor ci invita a interrogarci sul rapporto tra il giudice e l’intelligenza artificiale. Ma la domanda di fondo è la stessa: che cosa rende autenticamente giuridica una decisione?

La risposta, in entrambi gli autori, non risiede nella correttezza tecnica del risultato, bensì nella responsabilità di chi decide e nella capacità di giustificare pubblicamente la decisione. L’intelligenza artificiale può offrire al giurista strumenti di conoscenza sempre più potenti; non può però sostituire quel momento propriamente giuridico in cui una decisione viene argomentata, motivata e imputata a un soggetto responsabile.

La responsabilità resta umana

Proprio questo consente di distinguere due profili di responsabilità, che non devono essere confusi.

Da un lato vi è la responsabilità relativa alla progettazione, all’addestramento e al funzionamento del sistema di intelligenza artificiale.

Se l’algoritmo presenta difetti, produce risultati sistematicamente distorti o viene impiegato in modo non conforme alle sue finalità, potranno sorgere responsabilità in capo ai soggetti che lo hanno sviluppato, commercializzato o utilizzato. Si tratta, però, di una responsabilità che riguarda lo strumento.

Diversa è la responsabilità della decisione giuridica.

Quando il giudice, o più in generale il decisore pubblico, utilizza l’intelligenza artificiale come supporto alla propria attività, l’output del sistema non acquista, per ciò solo, valore giuridico.

Esso rimane una proposta, un’ipotesi ricostruttiva, uno strumento di ausilio che deve essere sottoposto a una valutazione critica.

Nel pensiero di Sartor il punto decisivo è proprio questo: l’intelligenza artificiale può assistere il ragionamento giuridico, ma non può sostituire quell’attività di controllo, di interpretazione e di giustificazione che trasforma un’elaborazione tecnica in una decisione giuridicamente rilevante.

Per questa ragione l’eventuale errore dell’algoritmo non esonera il giudice dalla responsabilità della decisione.

Se il giudice fa propria una conclusione suggerita dal sistema, è chiamato a verificarne la correttezza, a confrontarla con le fonti, con i fatti e con gli argomenti delle parti, e soltanto dopo può assumerla come propria.

La responsabilità non deriva dall’aver utilizzato uno strumento tecnologico; deriva dall’aver deciso di fondare su quello strumento una decisione che produce effetti sui diritti delle persone.

Il paradosso della verifica

Sartor osserva, inoltre, che proprio questa esigenza di verifica pone un problema pratico non trascurabile.

Quanto più sofisticati diventano i sistemi di intelligenza artificiale, tanto maggiore può essere il tempo necessario per controllarne criticamente gli esiti.

È il cosiddetto “paradosso della verifica”: se il controllo umano deve essere realmente effettivo, esso può ridurre una parte dei vantaggi di efficienza offerti dall’automazione. Ma questo non autorizza ad attenuare il controllo.

Al contrario, dimostra che l’efficienza non può mai diventare il criterio esclusivo della decisione giuridica.

È qui che emerge con chiarezza il modello delineato da Sartor: non una sostituzione del giurista con la macchina, ma una collaborazione nella quale i compiti sono distribuiti secondo la loro natura.

In altre parole, l’intelligenza artificiale può concorrere alla formazione del giudizio, ma non può diventare il soggetto a cui quel giudizio è imputato.

La riflessione di Sartor ripropone, in un contesto completamente nuovo, la domanda che Calamandrei aveva già posto a proposito della funzione del giudice.

Se nel Novecento occorreva difendere il giudice da una concezione meramente meccanica dell’applicazione della legge, oggi occorre evitare che quella stessa concezione riemerga, in forme nuove, attraverso l’affidamento a sistemi di intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti, ma non cambia il principio: la giustizia non coincide con il calcolo, perché il diritto non è soltanto applicazione di regole, ma esercizio di responsabilità.

Governare l’IA senza indebolire il diritto

Come può allora il diritto governare l’IA senza perdere se stesso?

Il rischio, l’abbiamo visto, non è soltanto quello di un’intelligenza artificiale troppo potente; Il rischio è un diritto troppo debole.

Un diritto che rinunci progressivamente alla propria funzione critica e si limiti a recepire come neutri o inevitabili i risultati prodotti dagli algoritmi.

Nel Principio responsabilità, Jonas osserva che ogni progresso della tecnica amplia il potere dell’uomo sul mondo e, proprio per questo, accresce anche la sua responsabilità. La tecnica non attenua la responsabilità; la rende più esigente.

Questa intuizione vale, a mio avviso, anche per l’intelligenza artificiale. Quanto più affidiamo ai sistemi artificiali funzioni cognitive complesse — dalla ricerca delle fonti all’analisi dei dati, fino al supporto delle decisioni — tanto più diventa necessario individuare chi sia chiamato a comprenderne il funzionamento, a verificarne criticamente gli esiti e ad assumere la responsabilità delle decisioni che su quei risultati si fondano.

L’intelligenza artificiale, dunque, non riduce la responsabilità del giurista: la accresce. Perché l’utilizzo di strumenti sempre più sofisticati rende ancora più intenso il dovere di controllarne l’affidabilità, di valutarne criticamente gli esiti e di motivare pubblicamente le ragioni della decisione.

È questa, in fondo, la scelta compiuta anche dal diritto europeo.

L’AI Act non attribuisce personalità alle macchine né consente loro di sostituire il decisore umano. Costruisce, piuttosto, un sistema fondato sulla responsabilità, sulla trasparenza e sul controllo del rischio. Come ricorda Sartor, il diritto non deve limitarsi a inseguire lo sviluppo tecnologico, ma deve orientarlo verso valori individuali e sociali e ad impedire che la delega tecnologica si trasformi in una zona di irresponsabilità.

Credo che questo sia, in definitiva, uno dei messaggi più importante del volume di Giovanni Sartor e ci lascia con una domanda ovvero se sapremo rimanere all’altezza della responsabilità che nessun algoritmo potrà assumere al nostro posto e che resta il tratto distintivo e irriducibilmente umano dell’esperienza giuridica.

Bibliografia

G. Sartor, Intelligenza artificiale per giuristi. Dai sistemi esperti all’IA generativa, Torino, G. Giappichelli Editore, 2026, I ed., 240 pp.

Voltaire, Commentario sopra il libro Dei delitti e delle pene, traduzione di Ettore Gherbezza, Firenze, Firenze university press, 2007, 8° ed., 124 pp.

P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Milano, Ponte alle Grazie, 1999, 21ª ed., collana “Saggi”, 464 pp.

H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, a cura di P.P. Portinaro, Torino, Einaudi Editore, 2002, 4ª ed., 291 pp.

Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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