Un recente studio solleva preoccupazioni riguardo l’impatto dell’IA sulla memoria e la capacità di apprendimento[1]. Viene teorizzato il concetto di “amnesia digitale”, intesa come tendenza a dimenticare informazioni sapendo che un dispositivo digitale le memorizza per noi. Per esempio l’uso di tecnologie come i GPS può ridurre la capacità di orientamento spaziale mentre interazioni frequenti con chatbot o avatar digitali possono falsare il ricordo di eventi passati. In generale si ipotizza che la dipendenza dalla tecnologia e dall’IA potrebbe avere implicazioni a lungo termine sul nostro sviluppo cognitivo rendendoci mentalmente pigri. L’avvento di Internet ha già manifestato un’incarnazione di questo meccanismo: il cosiddetto Google Effect ha dimostrato che la disponibilità facile di informazioni riduce la necessità di conservarle nella memoria a lungo termine, inducendo un’abitudine alla ricerca anziché alla memorizzazione. L’IA porta questo fenomeno a un livello superiore, poiché non si limita a fornire un link a un’informazione, ma un’intera risposta già elaborata, senza che l’utente debba impegnarsi in una più approfondita attività cognitiva. In pratica si ripropone un dibattito che ha da sempre accompagnato l’umanità ogni qual volta si è trovata di fronte a innovazioni tecnologiche: dalla scrittura a internet fino appunto all’intelligenza artificiale.

La domanda è sempre la stessa: delegare alla tecnologia alcuni compiti mentali indebolisce il nostro cervello?
Un altro studio, condotto al Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (MIT), rilasciato inversione pre-print sulla piattaforma arXiv, ha adottato un approccio multi-metodo che ha combinato dati neurofisiologici, test comportamentali e valutazioni qualitative per studiare gli effetti dell’uso di chatbot di IA generativa sull’attività cognitiva[2]. Lo studio ha esplorato le conseguenze neurali e comportamentali della scrittura di saggi assistita da LLM.La ricerca ha coinvolto 54 partecipanti (studenti universitari di età compresa tra 18 e 39 anni) divisi in tre gruppi. Il primo utilizzava ChatGPT (gruppo LLM), il secondo un motore di ricerca tradizionale come Google (gruppo motore di ricerca), il terzo esclusivamente le proprie capacità cognitive (gruppo Brain-only). I partecipanti hanno completato tre sessioni di scrittura di saggi nelle stesse condizioni assegnate.In una quarta sessione gli utenti di ChatGPT (LLM) sono stati riassegnati al gruppo Brain-only(LLM-to-Brain) e gli utenti Brain-only alla condizione LLM (Brain-to-LLM). Attraverso una particolare tipologia di EEG è stato valutato il carico cognitivo durante la scrittura, i saggi sono stati analizzati con tecniche di elaborazione del linguaggio naturale (NLP) e corretti con l’aiuto di insegnanti umani e di un giudice AI. L’EEG ha rivelato differenze significative nella connettività cerebrale. I partecipanti “Brain-only” ossia quelli che hanno utilizzato unicamente le proprie capacità cognitive hanno mostrato le reti più forti e distribuite, gli utenti dei “Motori di Ricerca” hanno mostrato un impegno moderato e gli “Utenti LLM” la connettività più debole. L’attività cognitiva si è dunque ridotta proporzionalmente all’uso di strumenti esterni. Nella quarta sessione, coloro che passavano da ChatGPT a lavorare senza strumenti mostravano una ridotta connettività alfa e beta, indicando un sotto-coinvolgimento cognitivo. Al contrario, chi passava da nessuno strumento a ChatGPT mostrava una maggiore attivazione delle aree di memoria e delle regioni occipito-parietali e prefrontali, simile agli utenti dei motori di ricerca. Gli utenti di LLM avevano anche difficoltà a citare e riassumere accuratamente il proprio lavoro.
Lo studio, che necessita di conferme con lavori metodologicamente più validi, evidenzia un fenomeno definito “accumulo di debito cognitivo”: nel corso di quattro mesi, gli utenti di ChatGPT hanno costantemente sottoperformato a livello neurale, linguistico e comportamentale. Mentre gli LLM offrono una convenienza immediata, i risultati sollevano preoccupazioni sui costi cognitivi potenziali, specialmente per quanto riguarda le implicazioni educative a lungo termine della dipendenza da questi strumenti.
[1] Pearson H. Are the Internet and AI affecting our memory? What the science says. Nature 638, 26-28 (2025) doi: https://doi.org/10.1038/d41586-025-00292-z
[2] Kosmyna Nataliya et Al.: Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task arxiv.org/abs/2506.08872
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

