Pensare è faticoso. Ed è esattamente per questo che vale la pena farlo. Eppure, nell’era dei grandi modelli linguistici, cedere quella fatica a una macchina è diventato non solo possibile, ma socialmente accettato — anzi, spesso incoraggiato. fronteggiare questa tendenza, Wendy Liu sceglie una strada diversa: rifiutare l’IA, quasi per principio.
La sua formazione è avvenuta nel modo più lento e scomodo possibile — scrivendo codice da zero negli anni 2000, sbagliando, correggendo, capendo. Lo stesso vale per la scrittura: migliaia di parole buttate via, ma mai davvero sprecate, perché pensare e scrivere sono la stessa cosa. Oggi quel percorso sembra anacronistico: chiunque può generare un’app o un articolo con un prompt. Ma è proprio questo il problema. Difatti, l’autrice teme che affidare il pensiero all’IA significhi rinunciare a qualcosa di fondamentale: la capacità di ragionare, di formarsi un’opinione, di capire il mondo. E che le nuove generazioni, cresciute con la tecnologia come scatola nera, perdano persino il desiderio di aprirla. La ricerca suggerisce che pochi minuti di utilizzo dei chatbot bastano a influenzare negativamente la cognizione.
Nel frattempo, la bolla dell’IA gonfia trilioni di investimenti, i licenziamenti si moltiplicano e l’intelligenza rischia di diventare un servizio privatizzato. Resistere, conclude, non è nostalgia: è una scelta politica e umana.
Leggi l’articolo completo I avoid AI tools because thinking is supposed to be hard. It’s what makes us human su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (24/05/2026).

