A gennaio, durante il blackout imposto in Iran, gli iraniani potevano ancora guardare video di calcio su una piattaforma in farsi, mandare messaggi su un’app monitorata, leggere le notizie ufficiali. Quello che non riuscivano a fare era sapere quante persone morissero nelle strade, o far uscire una sola immagine dei blindati sui manifestanti. La splinternet — la rete frantumata in recinti nazionali sorvegliati — ha smesso di essere un’ipotesi.
Più della metà delle regioni russe accede a internet mobile solo nella versione approvata dal Cremlino. La Cina taglia fuori Google da anni. Myanmar, Afghanistan, Pakistan hanno già sperimentato interruzioni mirate. Per quasi vent’anni Washington aveva reso tutto questo costoso, finanziando strumenti anticensura globali. Quei programmi oggi vengono smantellati, mentre le tecnologie di controllo prodotte da aziende cinesi diventano più precise e più economiche. Dietro la capacità iraniana di isolare la propria rete c’erano anni di nazionalizzazione delle infrastrutture. Quando i dati sono nelle mani delle autorità interne, spegnere tutto diventa quasi amministrativo.
In Europa cresce il dibattito sulla sovranità dei dati — ragioni comprensibili, visto dove sono finiti i dati del mondo. Ma la tensione tra proteggere i cittadini e consegnarli a un controllo statale più stretto non ha risposta.
Leggi l’articolo completo “The splinternet: how online shutdowns are getting cheaper and easier to impose” su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (27/02/2025).

