Il primo ventennio del xxi secolo si è aperto con gli attentati dell’11 settembre alle Torri gemelle di New York e si è chiuso con la pandemia del Coronavirus in tutto il mondo. Ma in questo periodo è accaduto soprattutto un cambiamento epocale, dirompente e accelerato: l’esplosione della rivoluzione informatica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dell’intelligenza artificiale, e la trasformazione progressiva verso una società cosmica sempre più post-umana.
Di fronte a questi mutamenti sembra necessario un nuovo progetto epistemologico in grado di ribaltare i tradizionali approcci interpretativi dell’evoluzione bio-sociale e dell’innovazione tecno-informatica. Questo progetto alternativo l’autore lo chiama la sfida dell’ambivalenza, ed è a partire da essa che gli sembra si possa tentare di costruire una diversa visione della realtà sociale in cui viviamo, sempre più pervasa e condizionata da sistemi digitali, algoritmi e nanotecnologie. L’ambivalenza infatti non è il limite ma la peculiarità della specie antropologica, mentre i miti della cibernetica e della tecno-scienza sono costruiti sulla predeterminazione, l’automazione e la perfezione della vita digitalizzata.
Se Homo sapiens non comprende quali sono le sfide che oggi deve affrontare – continuando a cullarsi nel mito acritico del progresso – il rischio non verrà da alieni o da Ufo ma dalla sua stessa incapacità di vivere in una biosfera che deve preservare e rispettare, e quindi dalla necessità di sapere soprattutto quale significato attribuire al proprio ciclo esistenziale di umani e non di umanoidi.
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