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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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La tecnica siamo noi: breve storia di una mente artificiale

Noi e la tecnica

Dai ciottoli scheggiati agli smartphone, viaggio nella storia (e nel futuro) della mente tecnica

Non è un caso se abbiamo chiamato le epoche della nostra storia “età della pietra“, “età del bronzo“, “età del ferro“… Fin dall’inizio, l’essere umano ha raccontato se stesso attraverso gli oggetti che è stato in grado di creare. La tecnica non è un semplice  accessorio  della mente: è ciò che la mente ha sempre fatto per pensare il mondo e agire su di esso. Più ancora: è ciò che ha finito per plasmarla.

Immaginate un uomo preistorico che afferra un sasso, lo batte contro un altro e ottiene una lama grezza. È un gesto antico, ripetuto milioni di volte. Ma in quel momento, non sta solo creando uno strumento: sta dando forma a un pensiero, sta anticipando un’azione, sta immaginando un risultato. È lì che nasce la mente tecnica. Ogni generazione, ripetendo quel gesto tecnico-creativo – e i milioni di altri gesti tecnico-creativi che hanno accompagnato la nostra storia evolutiva – modella e affina per sé e per le generazioni successive una mente tecnica sempre più fine, una nuova capacità mentale di pensare, anticipare, immagina e pianificare un esito. La nostra intelligenza non è solo nei neuroni. È anche nei gesti, negli oggetti, negli  strumenti. La tecnica non è una semplice cassetta degli attrezzi, ma un ambiente in cui la mente si sviluppa, si allena e si trasforma. Ogni strumento – dalla selce scheggiata ai tablet – è una sorta di specchio cognitivo: riflette ciò che siamo, ma ci cambia anche mentre lo usiamo.

Già i primi ominidi mostravano capacità di previsione, controllo motorio e imitazione sociale. Ma è con l’Homo sapiens che la tecnica esplode in tutta la sua potenza simbolica. Le caverne si riempiono di pitture, gli utensili diventano ornamenti, e gli strumenti cominciano a raccontare storie, a segnare status, a creare identità. La tecnica non serve solo a fare: serve anche a rappresentare, a comunicare, a mettere in scena un mondo condiviso. Gli oggetti, in questo senso, diventano veri e propri simboli incarnati: raccontano il nostro posto nel mondo, la nostra appartenenza, i nostri valori.

Una selce scheggiata, una penna stilografica, uno smartphone: tre oggetti distanti migliaia di anni, eppure legati da un filo invisibile che attraversa la storia della mente umana. Quel filo si chiama tecnica. Non semplicemente utensili per adattarsi al mondo, ma estensioni del pensiero, strumenti che cambiano — nel bene e nel male — il modo in cui vediamo noi stessi.

Fin dalle sue origini, la nostra specie ha sviluppato una straordinaria capacità tecnico-simbolica: la facoltà di creare strumenti che non solo servono a qualcosa, ma significano qualcosa. Non ci limitiamo a usare un oggetto: lo integriamo nei nostri pensieri, nei nostri ricordi, nei nostri affetti. Una tazza può dire “questa è casa”; un post digitale può dire “esisto, guardatemi”. Gli oggetti sono molto più di strumenti: sono interfacce del senso.

La tecnica, insomma, non segue la mente, la plasma. Ogni rivoluzione tecnologica ha ridefinito i confini del pensiero: il fuoco ha ridotto i tempi digestivi ma aumentato quelli cognitivi; la scrittura ha esternalizzato la memoria; la stampa ha reso il sapere accessibile e cumulativo; il digitale ci ha messi in rete… e, forse, anche un po’ sotto scacco.

Ed è proprio qui che si inserisce una delle sfide più affascinanti e inquietanti del nostro tempo: l’intelligenza artificiale. Non più solo strumenti che ci estendono, ma algoritmi che ci anticipano. L’AI non si limita a eseguire ordini, ma inizia a prevedere bisogni, gusti, emozioni. E nella sfera più intima di tutte — la salute mentale — questa rivoluzione potrebbe cambiare tutto.

AI in terapia: diagnosi, chatbot e realtà aumentata

L’intelligenza artificiale in ambito clinico sta già mostrando il suo potenziale. Alcuni sistemi, per esempio, sono in grado di rilevare segnali di disagio psicologico analizzando lo stile linguistico di un post sui social, il tono emotivo di una chat, o i cambiamenti di comportamento digitale. Alcuni gruppi di ricerca, tra i quali il nostro, “nutrono” agenti AI con colloqui clinici e informazioni psicologiche ispirati a pazienti reali, per istruire l’AI a offrire suggerimenti, proporre approfondimenti, suggerire ipotesi o generare alert di rischio…Può sembrare inquietante, ma è un aiuto enorme per la diagnosi: piccoli segnali, spesso invisibili all’occhio umano, vengono intercettati e tradotti in informazioni cliniche, a supporto di decisioni cliniche, utilizzate da clinici.

L’intelligenza artificiale potrà diventare una vera e propria “copilota clinica”, capace di suggerire ipotesi diagnostiche, monitorare l’andamento di un trattamento, o aiutare i terapeuti a cogliere pattern emotivi ripetitivi (attraverso la voce, il volto, la postura). In combinazione con la realtà virtuale, l’AI è già utilizzata per costruire scenari terapeutici immersivi: per rielaborare traumi, affrontare fobie, modulare l’ansia sociale.

Poi ci sono i chatbot terapeutici, come Yuper, Woebot o Wysa. Sono assistenti virtuali che, con linguaggio semplice e adattivo, offrono supporto emotivo, strategie di regolazione dello stress, esercizi di mindfulness. Non sostituiscono uno psicoterapeuta — e non pretendono di farlo — ma funzionano come “pronto soccorso mentale” h24, soprattutto in contesti dove l’accesso alla terapia è limitato o stigmatizzato.

Tra rischi e possibilità: la clinica del futuro sarà aumentata

Naturalmente, le promesse dell’AI portano con sé questioni etiche enormi. Chi controlla i dati? Come si gestisce la privacy mentale? Possiamo affidarci a un algoritmo per affrontare la nostra sofferenza più profonda? Nessuna di queste domande ha risposte semplici. Ma una cosa è certa: l’intelligenza artificiale non è il terapeuta del futuro. È, semmai, il suo alleato.

Anche perché la mente contemporanea è già ibrida, è già “aumentata”: si costruisce ogni giorno dentro ambienti digitali, tra notifiche, feed, piattaforme. E proprio in questi luoghi spesso nascono — o si aggravano — forme nuove di disagio: ansia da notifica, dipendenza da riconoscimento, crisi identitarie mediate da filtri e avatar.

L’AI può diventare uno strumento di cura, ma solo se riconosciamo prima che la tecnica è anche parte del problema. Per questo serve una nuova psicologia: una psicologia della mente tecnica, capace di leggere le trasformazioni in corso e di rispondere in modo creativo, critico, umano.

Conclusione: una mente nuova per un mondo nuovo

Siamo sempre stati esseri tecnici. Ogni salto evolutivo della nostra specie è passato da un gesto, un oggetto, un segno. Oggi stiamo costruendo strumenti che ci osservano, ci analizzano, ci anticipano. La sfida è questa: fare in modo che non ci sostituiscano, ma ci aiutino a essere più umani.

L’AI può diventare una bussola, una lente, uno specchio. Può aiutarci a vedere dove fa male, ma anche dove possiamo crescere. Può suggerire una nuova medicina, che non si limiti a curare i sintomi, ma affronti la complessità del vivere nel tempo delle reti.

Il futuro della salute mentale non sarà fatto solo di parole. Sarà fatto anche di dati, codici, sistemi intelligenti. Ma il cuore resterà lo stesso: capire chi siamo, e prenderci cura di noi.

È già un buon inizio.

Alessandro Zennaro1,2, Agata Maria Claudia Andò1 e Lorenzo Brienza1,2

1 Evidence Based Psychological Assessment Team (EPA Team), Dipartimento di Psicologia, Università di Torino

2 Theracompass (Milano)

Immagini generate tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025)

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