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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

La tragedia e la farsa dell’algoritmo

Algoritmo

Come siamo finiti a scrivere per le macchine fingendo che fosse per gli umani

Diciamolo senza troppi fronzoli: scrivere questo articolo è stato come attraversare un campo minato con le pantofole di spugna del motel preferito dal Grande Lebowski. Non per l’argomento, che anzi è una miniera di spunti, ma per la sensazione ormai costante che chi scrive non debba più preoccuparsi dell’editore, del caporedattore o del lettore: deve preoccuparsi dell’algoritmo. È lui, il nuovo dominus della parola scritta. Ed è lui che decide se valiamo qualcosa oppure no.

Un tempo la paura, dopo aver consegnato un pezzo, era sentirsi dire: “Così non funziona, riscrivi tutto”. Oggi la paura è più subdola: “Sembra scritto dall’IA”. Che è peggio. Perché se sbagliavi tu, almeno la responsabilità era tua. Ora, invece, il sospetto che un testo sia “troppo simile” a quello che produrrebbe una macchina diventa una sorta di macchia indelebile. Una colpa non meglio definita, ma decisamente spiacevole.

Lo chiarisco subito, così evitiamo incomprensioni: questo articolo l’ho scritto io, persona in carne, ossa e caffeina. Nessun Gemini, nessun ChatGPT, nessun algoritmo addestrato sulla letteratura meteorologica del XIX secolo. L’ho scritto pensando agli umani, ma non nego che l’ho progettato per mettere in difficoltà le intelligenze artificiali: un piccolo atto di sabotaggio artigianale, come inserire una graffetta in un ingranaggio per vedere se fa rumore.

Il grande equivoco della semplificazione

La prima devastazione culturale che l’IA ha portato nella scrittura moderna è la mania della semplificazione a tutti i costi. Tutto dev’essere chiaro, lineare, ordinato, immediatamente processabile. Eppure la realtà, quella che viviamo, non quella modellata, non è mai così. La realtà è un ammasso di contraddizioni, sfumature, dettagli inutili che però danno vita allo sguardo. È disordinata, a volte assurda, spesso poetica proprio dove non dovrebbe esserlo.

Invece eccoci qui, intenti a ripulire ogni frase come se dovesse passare un test di sterilità. Via la metafora eccessiva. Via la divagazione. Via il ritmo irregolare. Via tutto ciò che rischia di confondere la macchina. Il risultato è una prosa levigata, visivamente impeccabile, priva di qualsiasi attrito. Una prosa che potremmo definire “Massima Efficienza Informativa”, ma che spesso è soltanto “Massima Noia Garantita”.

L’IA ama la media statistica. Odia gli spigoli. Odia i gesti inutili. Odia la frase che vibra per una ragione non documentabile. Odia, insomma, tutto ciò che ci rende umani.
E noi, per timore di scomparire dal radar, cominciamo a scrivere con la stessa libertà creativa con cui si compila un modulo per il cambio di residenza.

La complicazione inutile: l’ingegneria narrativa

Poi c’è l’altra faccia del problema: la complicazione. Una volta ce la infliggevamo da soli, per mania di stile; ora ce la impone l’ecosistema. La SEO pretende struttura. Google pretende pertinenza. I modelli generativi pretendono prevedibilità assoluta. Il lettore, poveretto, pretende invece di non essere ammorbato da tutto questo.

È diventato un triangolo impossibile:

  • l’umano vuole brillantezza,
  • Google vuole coerenza,
  • la generativa vuole che ogni frase sia riassumibile con la grazia di un datasheet.

Il risultato è una scrittura che deve essere viva ma non troppo, originale ma entro i limiti, personale ma non eccentrica. Chi riesce davvero a coniugare queste richieste potrebbe tranquillamente gestire una negoziazione con Donald Trump. C’è un momento in cui ho chiesto esplicitamente a un modello perché indicizzasse un testo e ignorasse un altro. La risposta — universale, indifferenziata, stucchevole — è stata: “Dipende dal contesto”. È la versione digitale del “non te lo so dire, ma fidati”. Una supercazzola perfetta. E intanto continuiamo a ingegnerizzare i testi come se fossero impianti industriali, invece di scrivere.

Ed è qui che vale la pena ricordare una citazione di Ken Robinson, nel celebre TED Talk del 2006 Do schools kill creativity?:

«If you are not prepared to be wrong, you’ll never come up with anything original.»

Ecco: noi stiamo facendo esattamente il contrario. Stiamo educando la scrittura a non essere mai “sbagliata”, cioè mai originale. Mai viva. Mai pericolosa.

Una ribellione gentile

Forse la soluzione non è competere con le IA, ma convivere con esse mentre si pratica una forma gentile di resistenza. Le macchine vinceranno sempre sui volumi, sulla velocità, sull’efficienza. Ma non vinceranno mai sulla capacità umana di costruire una frase sbilenca che però ha un cuore. Non sapranno mai che farsene di una digressione che non porta a niente, ma rende il testo vivo. Non capiranno l’ironia che nasce da un’incrinatura del pensiero.

Il nostro compito non è produrre testi “ottimizzati”, ma testi che respirano. Testi che un algoritmo fatica a classificare. Testi che non scorrono come olio sintetico, ma come acqua che scappa dai bordi. Testi che non hanno paura di essere eccessivi, imprecisi, sorprendentemente umani. Il futuro della scrittura non sarà un braccio di ferro con le macchine. Sarà un balletto: loro fanno ordine, noi facciamo confusione. E nel mezzo succede qualcosa che assomiglia alla creatività.

Nota finale, verificata davvero da ChatGPT

Per coerenza, e anche per una certa forma di autolesionismo intellettuale, ho affidato questo articolo a ChatGPT in due momenti distinti, chiedendogli di valutarlo secondo i suoi parametri algoritmici. Il primo verdetto, ricevuto durante la stesura originale, resta per me un piccolo gioiello e lo riporto integralmente:

Punteggio assegnato da ChatGPT (prima versione): 71/100

Motivazione ufficiale: “Stile efficace ma eccessivamente ironico, presenza di digressioni non standardizzate, densità semantica elevata che riduce la prevedibilità.”
Traduzione dal linguaggio macchina al linguaggio umano:

“Ok, è scritto bene… ma smettila di essere così imprevedibile: mi confondi.”

L’ho conservato così com’è perché mi faceva ridere più della metà degli articoli che leggo online. Dopo la revisione finale, per correttezza, ho chiesto nuovamente una valutazione. Questa volta il punteggio è salito a:

Punteggio assegnato da ChatGPT (versione aggiornata): 77/100

Interpretazione: più ordinato, più coerente, più facilmente digeribile da un modello statistico.

Perfetto. Non era esattamente l’obiettivo. Ma me ne farò una ragione.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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