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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

L’alfabeto della retorica dell’IA

Avviamo oggi con questo editoriale una serie di articoli che approfondiscono il tema di come Big Tech cerchi di influenzare il dibattito pubblico introducendo una complessa narrazione che avvantaggi i loro interessi economici.

Interessi economici e dibattito pubblico

Quando sono in gioco forti interessi economici, gli attori coinvolti tentano spesso di influenzare il discorso pubblico a proprio vantaggio, introducendo una narrazione a loro favorevole tramite i media tradizionali e i social, l’accademia e azioni di lobbying presso i legislatori. Questo fenomeno non è nuovo e si è manifestato in vari settori. Le grandi aziende che sono all’avanguardia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale a Silicon Valley e in altri distretti tecnologici sembrano non fare eccezione a questa tendenza.  Devono proteggere e promuovere i loro crescenti interessi economici e tecnologici, e il loro vantaggio competitivo in un momento in cui c’è ancora incertezza su quali possano essere gli eventuali rischi determinati dai sistemi di intelligenza artificiale su economia, società, costruzione dell’opinione pubblica e sulla stessa politica. Temendo un intervento del regolatore limitativo per i loro piani o una reazione di rigetto da parte dell’opinione pubblica, possono voler giocare un ruolo nelle campagne di manipolazione delle percezioni da parte del pubblico e della politica.

Big Oil, la manipolazione dell’opinione pubblica

Per gettare luce sulla possibile opera di disinformazione fatta dalle Big Tech, è utile partire dalla manipolazione della percezione dei cittadini riguardante la crisi climatica operata dalle grandi compagnie petrolifere, note come Big Oil, negli Stati Uniti. Si tratta di un esempio importante di questa dinamica e che emerge pienamente solo oggi.

La Commissione Bilancio del Senato Usa, lo scorso 1° maggio, ha discusso il tema della disinformazione operata dalle Big Oil negli ultimi sessant’anni riguardo ai danni ambientali causati dai combustibili fossili. La conclusione della Commissione è che le Big Oil da decenni collaborano tra loro e con gruppi industriali per sviluppare disinformazione a favore dei combustibili fossili, seminare dubbi sul cambiamento climatico, minimizzare le responsabilità dell’industria, ostacolare politiche ambientali che negli anni avrebbero potuto ridurre i loro profitti.

I Senatori hanno non solo censurato il fatto che le Big Oil sapessero dei danni all’ambiente prodotti dai combustibili fossili almeno dal 1959, e nonostante tutto abbiano ostacolato il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili, ma hanno anche sottolineato la subdola evoluzione della loro narrazione: dalla negazione del problema del cambiamento climatico alla strategia dell’inganno e della doppiezza. 

Doublespeak

Il titolo scelto dalla Commissione per l’audizione è molto forte: «Denial, Disinformation and Doublespeak: Big Oil’s Evolving Efforts to Avoid Accountability for Climate Change» («Negazione, disinformazione e doppio linguaggio: l’evoluzione dei tentativi delle Big Oil per evitare la responsabilità per il cambiamento climatico»). Dove «doublespeak» è un termine derivato dal romanzo distopico «1984» di George Orwell: un linguaggio che oscura, maschera, distorce o inverte deliberatamente il significato delle parole.

Il rapporto evidenzia come nonostante le Big Oil a parole si impegnino a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima e zero emissioni nette entro il 2050, le loro comunicazioni interne mostrano come continuino a promuovere un futuro dominato dal petrolio e dal gas e prendano regolarmente azioni che sono direttamente in contrasto con i loro impegni. Pubblicamente vantano investimenti in tecnologie a basse emissioni di carbonio, come i biocarburanti a base di alghe, mentre privatamente affermano l’impraticabilità di queste tecnologie alla luce dei dubbi su costi e scalabilità.

Sempre secondo la Commissione del Senato statunitense, le Big Oil sanno che la scienza ci dice che le emissioni del ciclo di vita del gas naturale sono uguali a quelle del carbone, eppure continuano a promuovere e commercializzare il gas naturale come un combustibile sicuro e pulito, che aiuterà a raggiungere gli obiettivi climatici. Nel decennio 2010-2020 hanno speso almeno 700 milioni di dollari in programmi di ricerca accademica in 80 istituzioni universitarie statunitensi, anche di eccellenza, per influenzare i risultati della ricerca a loro favore. Per anni hanno lavorato per minare la comprensione pubblica del problema e negare i risultati scientifici che provavano il cambiamento climatico in corso.

Big Tech sulla stessa strada di Big Oil?

Il lavoro della Commissione Bilancio del Senato Usa sul caso delle Big Oil offre una lente critica attraverso cui esaminare le possibili strategie di disinformazione delle Big Tech che si occupano di IA. Le similitudini con il settore dell’IA sono preoccupanti. Molti analisti sottolineano come le aziende tecnologiche, comprese quelle che sviluppano intelligenza artificiale, possono essere tentate di impiegare tattiche simili a quelle usate dalle Big Oil per evitare regolamentazioni rigide che potrebbero limitare sviluppo e margini di profitto. Attraverso campagne di lobbying e partnership con organizzazioni di ricerca potrebbero anche minimizzare i rischi associati all’IA, esagerare i benefici a breve termine e influenzare le politiche pubbliche. A fronte di tutto ciò, è fondamentale vigilare sulle narrative promosse dalle aziende di IA, mantenere un controllo rigoroso e indipendente sulla loro attività e promuovere una discussione trasparente e informata sui reali impatti dell’intelligenza artificiale sulla società.

IA, trilioni di investimenti e gli interessi in gioco

Prima di tutto si sottolinea come gli investimenti fatti in questi ultimi anni sull’IA da parte delle Big Tech e le conseguenti opportunità di business siano superiori a quelle fatte delle Big Oil. Consideriamo, ad esempio, nell’arco dei primi mesi del 2024, l’indiscrezione che Microsoft assieme ad OpenAI investirà 100 miliardi di dollari per costruire il supercomputer per l’IA Stargate, e l’annuncio di Demis Hassabis, creatore e Ceo di Google DeepMind, che Google investirà 100 miliardi di dollari nell’IA nei prossimi anni. Poi le notizie circa la trattativa di Elon Musk con la Oracle su una commessa da 10 miliardi di dollari per utilizzare i loro server per l’IA della sua azienda xAI e infine, ma non certamente ultimo, il tentativo di Sam Altman di raccogliere 7 trilioni di dollari (cioè 7mila miliardi di dollari) per creare un’azienda che produca i chip necessari per l’IA.

Questa grande mole di investimenti – e di interessi in gioco – induce a pensare che anche le Big Tech possano cercare di indirizzare il discorso pubblico a proprio favore – come già fatto in passato e ancora oggi dalle Big Tobacco (già dal 1929 con la campagna pubblicitaria «Torches of Freedom», «Le fiamme della libertà», ideata da Edward Bernays, controverso genio del marketing che si ispirava alle teorie psicanalitiche dello zio Sigmund Freud e che al nascente movimento femminista presentava le sigarette come strumento di emancipazione per le donne e come farmaco per dimagrire), dalle Big Pharma (si pensi alla perdurante epidemia degli oppiacei sintetici innescata dalle spregiudicate attività di marketing di Purdue Pharma per promuovere un farmaco antidolorifico a base di oppioidi Oxycontin a partire dal 1995 che ha portato alla morte di centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti) e, come abbiamo, visto dalle Big Oil – nascondendo eventuali rischi legati all’IA, che già si stanno profilando.

Con questo articolo diamo l’avvio a una serie di approfondimenti in cui esamineremo l’armamento retorico di Big Tech – vario e strumentale, a volte addirittura inquietante – sviluppato con investimenti anche qui miliardari già da almeno un decennio.

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