Un contributo alla definizione e comprensione dell’intelligenza artificiale, del suo odierno impatto culturale, sociale, politico, nonché a una maggiore consapevolezza delle sue potenzialità e contraddizioni, può provenire dalla ricostruzione della sua genealogia. In questa prospettiva, dopo le intuizioni a fondamento della cibernetica a metà del Novecento e gli sviluppi tecnologici successivi, prodromici dell’IA, che in questa sede chiaramente non possono essere ripercorsi, si è rivelato decisivo soprattutto l’emergere della Silicon Valley, con i suoi inventori, imprenditori e visionari. Per delineare una storia critica dell’intelligenza artificiale, un aspetto rilevante è dunque costituito dalla sua ascendenza nell’ideologia californiana che Éric Sadin (La siliconizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale, 2016, Torino, Einaudi, 2018) ha efficacemente definito “tecnolibertarismo”.
Quello che possiamo anche descrivere come lo “spirito della Silicon Valley” si originò dal connubio di due correnti: la controcultura statunitense degli anni Sessanta, che ebbe quale epicentro la rivolta giovanile nell’ateneo di Berkeley in California, e l’individualismo libertario, che a partire dal successivo decennio ispirò, sempre nello “Stato del Sole”, il grande impulso all’innovatività imprenditoriale e tecnologica. A prima vista si tratta di due tendenze antitetiche: dalla ribellione studentesca prese infatti avvio la New Left statunitense, mentre l’esaltazione dello spirito di creatività economica era destinata a diventare un caposaldo della mentalità neoliberale di età reaganiana. Eppure lo spirito della Silicon Valley e le cyber-utopie che ne sono discese sono sorti proprio da quell’inaspettata e aporetica convergenza.
Il fervore trasformativo che ha ispirato i programmi per la creazione di macchine intelligenti e i progetti cyber-utopici ha avuto innanzitutto quale presupposto la ricerca di nuovi modi di vita e il sogno di inesplorati orizzonti che connotarono la controcultura. Essa nacque dalla ribellione dei giovani americani della classe media nei confronti delle certezze della mentalità liberal delle loro famiglie. Le sue declinazioni furono molteplici: dallo slancio utopistico degli studenti di Berkeley di metà anni Sessanta all’esperienza psichedelica vissuta come mezzo di elevazione spirituale. Ad accomunarle fu la ricerca di “realtà alternative”, che mettessero fine al conformismo sociale e consentissero all’io di oltrepassare i propri limiti materiali, per sprigionare pienamente e liberamente la propria personalità.

Non meno rilevante nell’ispirare la nascita della Silicon Valley fu tuttavia, all’inizio degli anni Settanta, l’idea di una tecnologia antiautoritaria che potesse favorire le aspirazioni di tutti alla creatività. Si delineò in tal modo il secondo versante dell’ideologia tecnolibertaria californiana, incentrato sull’esaltazione dell’eccellenza individuale e dello spirito imprenditoriale. Era per molti versi il trionfo di una prospettiva teorico-politica propagandata con enorme popolarità dalla scrittrice radical for capitalism Ayn Rand, incentrata sulla massima apertura alle potenzialità della “mente creativa”.
Il tecnolibertarismo californiano, cruciale per la rivoluzione digitale e per la concezione dell’intelligenza artificiale, ha avuto origine dunque dall’incontro di controcultura e anarco-capitalismo. Di lì è disceso tanto lo “spirito hacker”, incentrato sul pc quale vettore di un aumento delle potenzialità di azione individuale, quanto l’esaltazione della figura dell’imprenditore libertario digitale, anch’egli a suo modo in lotta contro le regole e l’autorità. L’ideologia californiana, come osservavano nel 1995 i due teorici britannici dei media Richard Barbrook e Andy Cameron, “riflette contemporaneamente le discipline dell’economia di mercato e le libertà dell’artigianato hippy” (“The Californian Ideology”, Mute, September 1995). La rivoluzione digitale, con il suo potenziale libertario, emancipatore e persino eversivo, ha dunque ispirato tanto gli slogan della cosiddetta Silicon Doctrine, come “Think different” della Apple, o “Move fast and break things” del CEO di Facebook Mark Zuckerberg, quanto le prospettive di evoluzione dall’umano al transumano, fino a nuovi orizzonti radicali. Basti a questo proposito citare come esempio il cyber femminismo teorizzato da Donna Haraway: il cyborg è qui inteso come “creatura di un mondo post-genere”, che “non ha niente da spartire con la bisessualità” e “non sogna una comunità costruita sul modello della famiglia organica” (Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, 1991, Milano, Feltrinelli, 2023).
Nel contempo lo spirito della Silicon Valley ha avuto un altro proprio fondamentale presupposto nei sogni tecnocratici di più lungo corso nella cultura politica statunitense, le cui matrici teoriche divergono profondamente dal libertarismo in ogni sua forma, neoliberale o radicale. Prendendo spunto dalla filosofia positivistica francese ottocentesca di Comte e Saint-Simon, gli scienziati sociali americani progressisti di fine XIX e primo XX secolo avevano esaltato la potenza della tecnica, la razionalità ingegneristica e la possibilità di riplasmare su tali basi l’ordine sociale. In questa stessa prospettiva negli anni Trenta era sorto e aveva riscosso un notevole successo Technocracy, un movimento economico, sociale e politico nei cui programmi vi era stato il controllo dei comportamenti umani attraverso il loro studio scientifico e l’uso dei riflessi condizionati.

Da quelle aspirazioni tecnocratiche il passo è tutto sommato breve per arrivare a proposte come la “fisica sociale”, recentemente avanzata dall’informatico del MIT Alex Pentland, nell’ottica di una data-driven society. La fisica sociale è in effetti concepita da Pentland quale “disciplina sociale quantitativa che descrive i legami matematici e affidabili tra l’informazione e il flusso delle idee da una parte, e il loro peso sul comportamento umano dall’altra”. È una disciplina che consente di prevedere e di “trainare il cambiamento del comportamento e l’innovazione”. Le comunità di persone diventano così “laboratori viventi”, all’interno dei quali è possibile “monitorare e visualizzare ogni aspetto e dimensione del comportamento, della comunicazione e dell’interazione sociale dei partecipanti”. Le misurazioni a cui pensa Pentland si basano sulla “raccolta delle tracce digitali rilevate dai sensori dei cellulari, dai messaggi sui social media, dagli acquisti via carta di credito e simili” (Fisica sociale. come si propagano le buone idee, 2014, Milano, Università Bocconi Editore, 2015). Dalle aspirazioni positivistiche di inizio XX secolo verso una società plasmata dalla scienza e dall’ingegneria si è giunti così a quelle per un modello sociale ed economico basato sulla determinazione delle azioni di miliardi di individui la cui quotidianità è scandita dalle stesse logiche.
Il tentativo di ricostruire la genealogia dell’intelligenza artificiale e le sue aporie contribuisce in tal modo alla riflessione sulle conseguenze che una data-driven society e l’orizzonte di una “algocrazia” (ovvero una società governata dagli algoritmi) potranno avere sul futuro della democrazia. Più in generale, guardando ai presupposti tecnocratici e tecnolibertari delle odierne cyber utopie (e distopie), si può comprendere come a ispirarle vi sia una sorta di insofferenza nei confronti dell’imperfezione umana. Di lì deriva spesso l’idea di “neutralizzare” il fattore umano, che può banalmente concretizzarsi nelle automobili senza conducente, ma può spingersi fino all’orizzonte “postumano” di una gestione automatizzata del mondo, generando così, su un versante opposto rispetto a quello degli apologeti dell’IA, timori apocalittici sull’estinzione della razza umana.

