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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Le “tre ecologie” della IA. Ripensare Guattari  nell’epoca mediatizzata  dell’AGI

Guattari - Le tre ecologie

Quando Félix Guattari pubblicò Le tre ecologie nel 1989, non intendeva semplicemente intervenire sul dibattito ambientale. Stava delineando qualcosa di più ambizioso: mettere in questione il modo stesso con cui concepiamo l’esistenza, suggerendo che ciò che chiamiamo “ambiente”, “società” e “psiche” non siano settori indipendenti ma tre dimensioni che si intrecciano continuamente, come superfici di uno stesso processo vitale. Questa idea – che lui chiamava ecosofia – oggi risuona con una energia imprevista se la poniamo al centro della discussione sulla IA e, soprattutto, sulle narrazioni sempre più polarizzate intorno all’AGI. Narrazioni che, come spesso accade ai fenomeni emergenti, vengono catturate, amplificate, deformate dai media generalisti. Ecco perché può essere utile riconoscere che l’IA è profondamente imbevuta di quelle stesse forze ecosofiche: flussi materiali, dispositivi di potere, forme di soggettivazione in divenire, “linee di fuga” e di cattura che si aggrovigliano.

1.  Ecologia ambientale: riportare l’algoritmo sulla terra

Guattari ci invitava a smontare l’idea che la Terra sia un semplice sfondo neutrale delle attività umane ma un insieme di processi materiali e simbolici, di cui siamo parte senza eccezioni. Anche l’IA – nonostante venga raccontata come qualcosa di etereo, immateriale, ubiquo – vive immersa in un ecosistema ben tangibile, fatto di:

  • data center che divorano energia a ritmi impressionanti
  • catene logistiche globali che mettono in relazione lavoro umano, estrazione mineraria (silicio, terre rare) e interessi geopolitici
  • acqua usata per raffreddare, calore espulso, rifiuti termici
  • e, volendo seguire una suggestione di Lyotard che Guattari non avrebbe trovato fuori luogo, una “economia libidinale” che alimenta desideri tecnologici, entusiasmi e un certo narcisismo tecno-scientifico.

    Il paradosso è che i media parlano della IA come qualcosa che non ha peso e corpo. Si tende a trasformare l’algoritmo in una specie di entità sospesa, un cervello celeste che opera altrove, in una dimensione immateriale. Eppure nulla è mai puramente tecnico o puramente simbolico: ogni tecnologia è impastata di materiali, istituzioni, saperi, energia, fragilità. Quando questa dimensione viene rimossa, si genera un “buco nero” semiotico che impoverisce la nostra percezione.

    2.  Ecologia sociale: come i media costruiscono panico e comfort, e perché dovremmo preoccuparcene

    Guattari definisce “ecologia sociale” ciò che riguarda la struttura delle collettività: il modo in cui si modellano le istituzioni, i rapporti di potere, le forme di relazione e di cooperazione. Ebbene, quando i media parlano di IA, e soprattutto di AGI, influenzano proprio questa ecologia: interagiscono con l’immaginario collettivo attraverso dispositivi che amplificano emozioni, preoccupazioni, speranze, irritazioni, aspettative. Il binomio dominante è catastrofe da una parte, salvezza dall’altra. È uno schema narrativo comodo, semplice, rassicurante:

    • l’AGI come rischio esistenziale, soglia antropologica, “fine del lavoro umano”
    • l’IA come soluzione magica, panacea universale per sanità, scuola, economia, burocrazia.

    In questa oscillazione si crea un effetto bizzarro: le questioni politiche entrano in scena, sì – anzi, vengono nominate continuamente – ma non nella forma di problemi da discutere e negoziare.

    Appaiono invece come spauracchi, come “problemi enormi” che incombono su di noi, o come “questioni tecniche” che qualcuno (ma non si sa bene chi) dovrebbe risolvere per nostro conto.

    Così, parole cruciali come:

    • governance
    • etica algoritmica
    • accesso alle infrastrutture
    • redistribuzione del valore
    • trasformazioni del lavoro vivo

    non vengono portate all’interno di un dibattito pubblico maturo ma ricodificate in un linguaggio sensazionalistico che le trasforma in fenomeni inevitabili. Il tono è sempre quello: “accadrà”, “stanno per farci questo”, “non possiamo farci nulla” ecc.. Ed è qui che Guattari oggi sarebbe preziosamente utile: parlerebbe di chiusure semiotiche: narrazioni che saturano il campo del pensabile. Quando qualcosa viene presentato come destino – e l’IA oggi sempre più spesso viene dipinta come tale – si restringe lo spazio per immaginare risposte politiche attive e collettive.

    3.  Ecologia mentale: come l’AGI colonizza l’immaginazione prima ancora di esistere

    L’ecologia mentale, per Guattari, riguarda la dimensione soggettiva e pre-soggettiva: il modo in cui desideriamo, immaginiamo, percepiamo. È una dimensione fragile, plasmabile, e proprio per questo fondamentale. E, negli ultimi anni, l’AGI è diventata una rappresentazione mentale potentissima: una figura fantasmica che condensa ansie, fantasie, speranze, paure profonde. Nei media, l’AGI viene spesso antropomorfizzata come:

    • se avesse intenzioni proprie
    • se fosse un interlocutore “altro”
    • un doppio dell’umano
    • un punto di svolta evolutivo: in senso prometeico o demoniaco.

    Non è la credenza nell’AGI a essere interessante, è il modo in cui questa rappresentazione prende possesso dell’immaginario collettivo. Guattari ne parlerebbe come di una macchina desiderante, una struttura che cattura e orienta il desiderio. E in questa cattura, la soggettività tende a diventare reattiva. Le persone si immaginano sostituite, marginalizzate, superate – oppure, sul versante opposto, immaginano di delegare all’IA tutta la fatica del pensare, del creare, del decidere.

    Sempre Guattari ci ricorda che il desiderio non è mai mancanza ma produzione, invenzione: nondimeno l’AGI, così come ci viene raccontata, sembra spesso sottrarre possibilità invece che aprirle. Una sorta di “errore prospettico” mediatico che trasforma una costruzione socio-tecnica in una fatalità ineluttabile.

    Verso un’ecosofia dell’IA e dell’AGI

    Se prendiamo sul serio le “tre ecologie”, non possiamo più permetterci approcci fatalistici o semplicemente entusiastici. Abbiamo un compito politico e culturale più complesso: ricomporre l’IA all’interno di un’immagine del mondo che non si limiti a semplificare e non ceda alla tentazione del sensazionale. Ovvero per sintetizzare quanto sopra:

    – riconoscere che l’IA non vive nell’iperuranio: abita data center, territori, reti energetiche, economie globali. È un fenomeno materiale prima ancora che simbolico.

    – pensare che l’IA non è un miracolo né una minaccia ma una posta in gioco. Parlarne politicamente non significa gridare allo scandalo, quanto piuttosto lavorare per modelli di governance aperti, discussioni pubbliche informate, sperimentazioni istituzionali che tengano conto della pluralità dei soggetti coinvolti.

    – agire per destrutturare l’incantesimo dell’AGI come figura totalizzante. Non per negarne le possibilità tecniche ma per evitare che colonizzi il pensiero prima ancora di materializzarsi. Creare immaginari plurali, cooperativi, non ridotti all’opposizione umano/post-umano.

    Oggi, in un panorama in cui l’IA e l’AGI sono raccontate come forze fuori scala, l’intuizione di Guattari sembra diventare una bussola. L’ecosofia dell’IA non è una teoria da specialisti: è un invito a sottrarre il discorso alla polarità sterile tra apocalisse e utopia e a pensare la tecnica non come invasione, ma come campo di forze che possiamo abitare criticamente. Il nostro rapporto con l’IA sarà tanto più fertile quanto più sapremo non solo comprendere la complessità, ma desiderarla. E soprattutto: attraversarla con immaginazione, responsabilità e un po’ di curiosità indisciplinata.

    Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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