Ogni rivoluzione tecnologica comincia più o meno allo stesso modo. C’è sempre qualcuno che promette che lavoreremo meno, produrremo di più e, già che ci siamo, salveremo anche il pianeta. Poi arriva il momento in cui bisogna aumentare il plafond della carta di credito. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Da mesi aziende di ogni dimensione investono somme sempre più ingenti in modelli linguistici, chip, infrastrutture e data center. Gli studi scientifici iniziano a interrogarsi su consumi energetici, sostenibilità e ritorni economici tutt’altro che scontati. Nel frattempo il dibattito pubblico continua a oscillare tra due estremi: da una parte chi è convinto che l’AI sostituirà qualsiasi professione, dall’altra chi la considera un sofisticato correttore automatico che ogni tanto si inventa le fonti. Come spesso accade, la realtà è molto meno cinematografica. L’intelligenza artificiale non sta conquistando il mondo con un colpo di Stato, ma con migliaia di abbonamenti mensili, licenze software e bonifici ricorrenti. È una rivoluzione che avanza silenziosamente, a colpi di report trimestrali e rinnovi automatici.
L’IA ci sostituirà. Intanto ci svuota la carta di credito
La prima vittima dell’intelligenza artificiale non sembra essere il lavoratore, ma il centro di costo. Piccole e medie imprese che fino a ieri centellinavano perfino le penne, oggi discutono con sorprendente disinvoltura di investimenti in modelli linguistici, GPU e piattaforme cloud. La frase ricorre in tutte le presentazioni: bisogna entrare adesso, prima che sia troppo tardi. Nessuno sa dire con precisione quando quell’investimento inizierà davvero a ripagarsi. Di una cosa, però, sono tutti convinti: se il concorrente parte sei mesi prima, recuperarne il vantaggio potrebbe costare molto di più. Così si finisce per spendere oggi soprattutto per evitare il rimorso di non aver speso ieri. È un gratta e vinci molto particolare: il biglietto non si compra in tabaccheria, si rinnova automaticamente ogni mese sulla carta di credito.
Quando il chatbot costa più del dipendente
Per anni ci hanno spiegato che l’automazione avrebbe ridotto il costo del lavoro. Poi sono arrivati gli abbonamenti premium, le API a consumo, le integrazioni personalizzate, le licenze enterprise, i consulenti, i prompt engineer, i corsi di formazione e gli esperti incaricati di spiegare perché il chatbot continua a salutare il direttore generale con “Ciao caro!”. Alla fine il dipendente è ancora seduto alla sua scrivania. Accanto, però, ha un assistente virtuale che costa come un dirigente, pretende aggiornamenti continui e, ogni tanto, decide di inventarsi una risposta strampalata con la sicurezza di un qualsiasi politico in campagna elettorale. A quel punto perfino la vecchia fotocopiatrice acquista un certo fascino. Almeno quando si inceppava, lo faceva gratis.

Il data center salverà il pianeta. Appena trova un altro pianeta dove costruirne uno
L’IA promette di ottimizzare i consumi, ridurre gli sprechi e accelerare la transizione ecologica. Contemporaneamente cresce la corsa alla costruzione di data center sempre più grandi, sempre più potenti e sempre più assetati di elettricità e acqua. È un po’ come mettersi a dieta ordinando una torta da tre chili perché sulla confezione c’è scritto “light”. Ogni estate, puntuale come le zanzare, arriva il caldo africano. A Torino bastano pochi giorni di afa perché ricomincino le polemiche sui blackout, sulle reti elettriche in affanno e sugli investimenti nelle infrastrutture che qualcuno dovrebbe fare. Nel frattempo, però, il mondo si prepara ad alimentare un numero crescente di data center progettati per sostenere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La domanda è inevitabile: se facciamo fatica a reggere qualche settimana d’estate, come pensiamo di sostenere un fabbisogno energetico destinato a crescere per decenni? Prima o poi qualcuno inventerà un algoritmo capace di ridurre i consumi energetici dell’intelligenza artificiale. Speriamo solo che non abbia bisogno di un altro data center per farlo.
L’intelligenza artificiale prevede tutto. Tranne se stessa
I nuovi modelli prevedono il traffico, il comportamento dei clienti, i guasti industriali, le frodi bancarie, l’evoluzione delle malattie e perfino quale oggetto compreremo dopo averne appena comprato uno inutile. Curiosamente, però, nessuno sembra ancora in grado di prevedere con sicurezza quanto renderà davvero l’intelligenza artificiale. Le aziende investono perché l’IA promette di trasformare processi, prodotti e margini. Gli analisti avvertono che i ritorni non sono sempre immediati. Gli esperti energetici ricordano che tutta questa intelligenza ha bisogno di chip, server, acqua, elettricità e infrastrutture. Gli amministratori delegati spiegano che bisogna crederci. Gli analisti invitano alla prudenza. I direttori finanziari hanno un’altra idea. Preferiscono aspettare che i miracoli finiscano nel bilancio.
La prima categoria protetta dell’era IA: i commercialisti
C’è però una categoria professionale che affronta la rivoluzione dell’intelligenza artificiale con un’insolita tranquillità. I commercialisti. Ogni nuova piattaforma promette di semplificare il lavoro. Prima di riuscirci, però, chiede di scegliere tra sei piani tariffari, tre modelli di licenza, due livelli di assistenza, una dozzina di opzioni sulla privacy e una serie di condizioni che nessuno leggerà mai. E mentre il mondo discute di reti neurali, modelli multimodali e intelligenza generale, da qualche parte c’è ancora un commercialista che prova a capire se quell’abbonamento annuale vada tra i costi di esercizio, gli investimenti o le spese da dimenticare il più in fretta possibile.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

