L’illusione di una produttività infinita sta presentando un conto salato. Se un tempo, infatti, il limite biologico era dettato dalla velocità di digitazione e dalla profondità della riflessione, l’avvento degli LLM ha rimosso ogni barriera fisica, spostando il collo di bottiglia interamente sulla resistenza nervosa. Molti professionisti denunciano un “burnout” senza precedenti. Si produce di più, ma si è diventati ostaggi di un flusso ininterrotto che non concede pause cognitive, la giornata lavorativa non è più creativa ma fatta di micro-scelte logoranti.
Scrivere codice, ad esempio, è un atto generativo che alimenta lo stato di “flow”, mentre validare output sintetici è un esercizio ispettivo che genera una fatica decisionale cronica. Ogni riga prodotta dall’intelligenza artificiale, per quanto apparentemente impeccabile, porta con sé delle insidie. Questa vigilanza costante, necessaria per scovare allucinazioni sottili in sistemi probabilistici, impedisce al cervello di rilassarsi. L’ingegnere non si fida più dello strumento, poiché il contratto di “stesso input, stesso output” è stato infranto, lasciando il posto all’ansia.
La vera competenza del futuro, secondo Siddhant Khare ingegnere informatico e scrittore dell’articolo originale, non risiede nel perfezionare il prompting, ma nel recuperare l’autonomia del pensiero critico, accettando la parzialità del risultato sintetico per non affogare nel perfezionamento infinito. Bisogna proteggere i muscoli del ragionamento puro, quelli che si atrofizzano quando si delega ogni bozza alla macchina. La sostenibilità del lavoro nell’era degli agenti si misura con la capacità di staccare la spina prima che il carico cognitivo superi la soglia di rottura.
Leggi l’articolo completo “AI fatigue is real and nobody talks about it” sul blog di Siddhant Khare.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (23/02/2026).

