Nell’arco di appena 18 mesi si è consumato il passaggio dall’emergere delle due principali startup che offrono generatori di musica basati su IA alle cause legali miliardarie delle grandi major, fino a negoziati e accordi che potrebbero avere ripercussioni sull’intero ecosistema musicale (e non solo).
Attraverso la rassegna stampa di MagIA abbiamo seguito da vicino lo sviluppo rapidissimo di questo ecosistema e del suo nuovo assetto. Ripercorriamo i momenti chiave di questa parabola su copyright, musica e IA generativa, concentrandoci sull’inversione di rotta delle grandi etichette discografiche, passate dalle cause legali per violazione di copyright agli accordi di licenza e collaborazione con le piattaforme IA.
L’emergere dei generatori di musica e i primi allarmi sul copyright
Nella primavera 2024, l’industria musicale si trova di fronte a una nuova generazione di strumenti basati su IA capaci di generare brani completi a partire da semplici prompt testuali. Suno AI e Udio, rese disponibili rispettivamente il 20 dicembre 2023 e il 10 aprile 2024, si contendono il mercato, entrambe sostenute da finanziamenti milionari e investitori di primo piano. Udio, fondata da ex dipendenti di Google DeepMind, raccoglie 10 milioni di dollari con il sostegno di a16z e musicisti come will.i.am. Suno, affiliata a Microsoft, lancia il modello V3, capace di produrre musica di qualità radiofonica in pochi istanti.
Fin da subito emergono però le perplessità riguardanti i diritti d’autore: i modelli potrebbero essere stati addestrati su materiale protetto senza autorizzazione. Quella che le startup descrivono come una promessa di democratizzazione della creazione musicale si scontra immediatamente con interrogativi etici e legali inediti.
Le major portano le startup in tribunale
A giugno 2024 la Recording Industry Association of America annuncia che Sony Music Entertainment, Universal Music Group e Warner Records hanno avviato azioni legali contro Suno e Udio presso i tribunali federali di Boston e New York. Le accuse riguardano la violazione del copyright su opere di artisti celebri, da Chuck Berry a Mariah Carey, utilizzate per addestrare gli algoritmi senza permesso. Le major chiedono 150.000 dollari di risarcimento per ogni brano utilizzato illegalmente.
Suno si difende sostenendo che la sua tecnologia genera materiale originale e non riproduce contenuti preesistenti. Il presidente della RIAA, Mitch Glazier, ribatte che queste pratiche minano la promessa di un’IA innovativa e responsabile nel settore musicale.
Nel mese di agosto, Suno ammette che per l’allenamento del suo modello ha utilizzato “tutti i file musicali di ragionevole qualità disponibili sulla rete internet aperta a tutti”.
Il dibattito sul futuro del lavoro artistico
Nel giro di poche settimane, il dibattito infiamma ben oltre le questioni legali e mette in primo piano le implicazioni economiche e sociali e in particolare le conseguenze per artisti e professionisti del settore. Intanto, gli strumenti generativi per la musica sono ormai disponibili anche su piattaforme mainstream come YouTube, TikTok e Meta. La questione non riguarda tanto gli aspetti artistici o concettuali della musica prodotta dall’IA, quanto piuttosto il riconoscimento del valore economico dell’arte e del lavoro umano.
Il problema è di scala e velocità: l’IA può produrre a ritmi con cui l’umano non può competere. Inoltre, le ingenti risorse necessarie per sviluppare questi sistemi implicano che la tecnologia faccia capo a un numero ristretto di compagnie ben finanziate, tenute a rispondere solo ai loro investitori. La sostituzione del lavoro artistico umano con l’IA rischia così di costituire il trionfo di un oligopolio sulla società civile.
A fine ottobre 2024, il Guardian riporta che Thom Yorke dei Radiohead e l’attrice Julianne Moore si sono uniti agli oltre 10.500 creativi firmatari di una dichiarazione che denuncia l’uso non autorizzato delle loro opere per addestrare modelli di IA. La dichiarazione definisce questa pratica una “grave e ingiusta minaccia” per i mezzi di sostentamento degli artisti. Tra i firmatari figurano Björn Ulvaeus degli Abba, Robert Smith dei Cure, lo scrittore Kazuo Ishiguro e l’attore Kevin Bacon. Ma anche organizzazioni e società dell’industria creativa, come Universal Music Group e l’American Federation of Musicians.
Ed Newton-Rex, compositore e organizzatore della dichiarazione (che ad oggi supera le 50.000 firme) nonché ex vicepresidente della divisione Audio di Stability AI, denuncia il doppio standard. Le aziende di IA investono tanto in ingegneri e infrastrutture, ma considerano i dati di addestramento – tratti da opere protette da copyright – come risorse gratuite. Il compositore critica anche la proposta di modifica al copyright del governo britannico, che consentirebbe lo scraping dei contenuti protetti a meno che gli artisti non vi si oppongano tramite “opt-out”. Newton-Rex ritiene tale sistema inefficace perché molti creativi non sono a conoscenza di queste procedure, e propone invece un meccanismo di “opt-in” che darebbe maggiore controllo agli autori.
Chi possiede la musica generata dall’IA?
A novembre 2024 emerge in tutta la sua complessità la questione della proprietà intellettuale sulla musica generata da IA. Le rivendicazioni si moltiplicano e si sovrappongono. Artisti e case discografiche sostengono di essere proprietari degli output perché la loro musica è stata utilizzata per l’addestramento. Gli utenti ritengono di essere proprietari perché hanno creato prompt e testi. Le piattaforme stesse rivendicano la proprietà.
Alcuni professionisti del settore sottolineano che l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulla trasparenza e sull’assicurare che l’IA non venga usata per sfruttare ingiustamente il lavoro degli artisti. Vale anche la pena notare che Universal Music sta sviluppando un modello di IA generativa proprietario, alimentando il sospetto che al centro delle cause non ci sia tanto la protezione dei diritti degli artisti quanto piuttosto la volontà di ristabilire il controllo – ed eventualmente un nuovo monopolio.
In questo senso, nel marzo 2025 la Corte d’Appello del Distretto di Columbia stabilisce in un caso riguardante un’immagine generata da IA che le opere create autonomamente da sistemi di IA senza contributo umano non possono essere coperte da copyright negli Stati Uniti, ribadendo che la legge statunitense riconosce come autori esclusivamente gli esseri umani. La sentenza riconosce però che le opere create da persone con l’ausilio dell’IA possono essere protette, anche se non esistono ancora standard che definiscano quanto e in che modo il contributo umano sia necessario.
L’inversione di rotta: dalle cause ai negoziati per un sistema di licenze
A giugno 2025 il panorama sembra cambiare radicalmente. Le tre principali major statuntensi – Universal Music, Warner Music e Sony – risultano in trattativa per concedere in licenza i propri cataloghi musicali proprio a Udio e Suno. I negoziati mirano a definire un modello di compensazione per l’utilizzo delle opere da parte di sistemi generativi e le major spingono per ottenere piccole quote azionarie nelle startup. Gli accordi proposti potrebbero chiudere i contenziosi legali in corso.
A inizio ottobre si delinea con maggiore chiarezza il modello verso cui l’industria sta convergendo. Secondo quanto riporta il Financial Times, Universal e Warner sarebbero prossime a siglare accordi con diverse compagnie tecnologiche per introdurre un sistema di licenze simile a quello dello streaming, che riconosca compensi ai titolari dei diritti ogni volta che un brano viene utilizzato o generato da un algoritmo. Le trattative coinvolgono startup specializzate come ElevenLabs, Stability AI, Suno, Udio e piattaforme mainstream come YouTube e Spotify. Rimangono però incognite sull’impatto reale per etichette e artisti indipendenti oltre che sull’applicabilità di modelli simili ad altri settori creativi come cinema e editoria.
Il caso Universal – Udio: dalla causa alla partnership
A novembre 2025 si concretizza la svolta più significativa. Universal Music annuncia una partnership con Udio, la stessa piattaforma che aveva citato in giudizio appena un anno prima. Oltre a una compensazione legale, l’accordo prevede il lancio nel 2026 di un servizio ibrido che combinerà streaming, strumenti creativi e social network.
La piattaforma, annuncia Udio, opererà come un sistema chiuso. Le creazioni generate non potranno essere scaricate o condivise esternamente, per evitare che competano con le tracce originali e cannibalizzino i ricavi dello streaming. Inoltre, consentirà di lavorare solo su brani per i quali gli artisti avranno fornito esplicito consenso. Agli artisti aderenti viene promessa una partecipazione economica diretta oltre alle royalties.
L’approccio rappresenta un tentativo di invertire la logica delle piattaforme IA precedenti, che utilizzavano materiale protetto senza alcun permesso. Molte questioni rimangono però aperte, sottolinea la Music Artists Coalition: la distribuzione dei risarcimenti derivanti dalla causa, i dettagli delle suddivisioni dei ricavi, la gestione dei disaccordi nelle opere con più autori. Una fonte interna a Universal precisa che la compagnia non renderà disponibile l’intero catalogo per l’addestramento dei modelli, e che sarebbe in corso “un processo di autorizzazione molto rigoroso”.
Warner Music e gli accordi con Udio e Suno
Il 19 novembre, Warner Music sigla un accordo analogo con Udio, risolvendo contemporaneamente il contenzioso legale; la piattaforma potrà dunque addestrare nuovi modelli sui cataloghi di entrambe le case discografiche. Poco più di una settimana dopo, il 25 novembre, Warner diventa la prima major a siglare ufficialmente un accordo di licenza con Suno, dopo aver ritirato la causa per violazione del copyright avviata un anno prima. La terza casa discografica mondiale per dimensioni permetterà anche in questo caso agli utenti di creare brani generati tramite IA utilizzando voci, nomi e sembianze degli artisti Warner che scelgono di aderire.
“A new chapter in music creation” (“Un nuovo capitolo nella creazione della musica”, potremmo tradurre letteralmente; ma bisogna tener presente che “chapter” viene usato anche per intendere una nuova fase o era a seconda dall’enfasi), titola l’annuncio pubblicato sul blog di Suno. L’accordo prevede modifiche sostanziali alla piattaforma. Solo gli abbonati paganti potranno scaricare le creazioni musicali generate dall’IA, con un tetto massimo al numero di download e costi aggiuntivi. I nuovi modelli entreranno in funzione nel 2026 e sostituiranno progressivamente quelli esistenti, nel tentativo di arginare il flusso di migliaia di tracce generate da Suno che attualmente inondano i servizi di streaming.
Universal Music, che anche ha da poco firmato un accordo con Udio, rimane in contenzioso con Suno, mentre Sony Music prosegue nelle cause avviate contro entrambe le piattaforme.
Le incognite per artisti indipendenti e autonomia creativa
Per gli artisti, in particolare quelli indipendenti, la prospettiva resta quanto meno incerta, a voler essere ottimisti. Gli accordi di licenza e collaborazione stanno ora costruendo un nuovo assetto in cui i rapporti di forza tradizionali – sbilanciati a favore dei grandi attori e a discapito di artisti e detentori di diritti – sembrano sostanzialmente confermati. Le tariffe, i criteri di attribuzione e l’accesso alle piattaforme potrebbero rivelarsi ancora una volta calibrati sulle esigenze degli attori dominanti. Il rischio evidente è che il sistema riproduca esattamente le distorsioni dello streaming, dove la maggior parte dei proventi resta concentrata nelle mani di pochi.
Nel frattempo, questa parabola segna l’inizio di una nuova fase, in cui la creatività musicale viene rimasticata nella forma di una funzione ed erogata come servizio, e negoziata tra poche piattaforme ed attori in posizione dominante. La domanda è se, in questo nuovo equilibrio, rimarrà spazio per un’autentica autonomia ed espressività artistica, nonché per il riconoscimento del suo valore.
Immagine di copertina generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (05/12/2025).

