Hillel Slovak è il protagonista del documentario The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel debuttato su Netflix il 20 Marzo 2026. Nato nel 1962 ad Haifa ed emigrato poi negli USA, è stato il chitarrista fondatore dei Red Hot Chili Peppers. La band nata nel 1983 dall’incontro con Anthony Kiedis -voce-, Flea -basso- e Jack Irons -percussioni. Un mix funk-punk esplosivo. Salta il primo album per fedeltà a un altro gruppo, ma torna per Freaky Styley (1985) e The Uplift Mofo Party Plan, l’unico con la formazione originale. Muore a 26 anni di overdose da eroina, lasciando diari e opere raccolte dal fratello James in Behind the Sun, libro uscito nel 1999. Materiale vero, già noto, che il documentario riporta in vita.
I meriti del documentario
Ben Feldman -regista del documentario- intreccia archivi video, interviste lacrimose a Flea, Kiedis, Irons e Clinton, e una voce narrante: quella di Slovak, generata da IA su registrazioni esistenti per leggere i suoi diari. Lo ammette subito, nei primi frame, perché la trasparenza qui è tutto. Non vengono inventate frasi, all’IA non si lascia un ruolo creativo, la “voce” legge ciò che è scritto nei diari. Non ostante ciò a gennaio i RHCP su Instagram precisano: “Non è ufficiale. Interviste date per rispetto di Hillel”. Flea, visionato il film, confessa: “Mi ha riempito il cuore”. Due verità che si sfiorano, senza urtarsi.
L’industria non lascia morire nessuno
Slovak si aggiunge a una lista già corposa di artisti riportati sui palchi o nei film. Tupac è “riapparso” al Coachella 2012 via Pepper’s Ghost, illusione ottica del XIX secolo. Whitney Houston, tornata come ologramma in tour Europa 2020 e Las Vegas 2022. ABBA Voyage dal 2022: avatar digitali cantano live a Londra, sold out eterno. Elvis Presley? Progetti CGI per film recenti. James Dean come Elvis è stato resuscitato in CGI per Finding Jack (2019), stoppato però da polemiche hollywoodiane. Ogni caso è a sé: voce per diari scritti, proiezioni familiari, performance fabbricate. Non è “giusto o sbagliato” in astratto. Conta chi autorizza, con quali diritti, e chi ci guadagna sul serio. E magari gli artisti e le artiste con il tempo inizieranno anche ad indicare nel loro testamento cosa potrà esserne della propria immagine e della propria voce. Questa possibilità non sembra più essere una remota ipotesi ma anzi un auspicabile risvolto.
Quello che l’IA può e non può
La voce sintetica di Slovak non esita mai, non è mai tradita da stanchezza, malumore o da dubbi. L’IA fa diventare tutto preciso e uniforme. Il documentario funziona, introduce Hillel a chi non lo conosceva, con materiale reale e cautele dichiarate. Il problema non è questo film. È che ogni volta che un’operazione così riesce, la soglia per farne un’altra senza le stesse cautele scende. Domani potrebbe non esserci più il bollino che ci avverte sulla sinteticità di alcune componenti. Quello che però di questo documentario ha colpito è che sembra che la tecnologia sia stata utilizzata per il suo scopo originario: rendere riproducibile qualcosa, essere strumento per la realizzazione e non strumento creatore.
Immagine presa da La Scimmia Pensa.

