Questo articolo costituisce la seconda parte di un percorso dedicato al rapporto tra tecnologia e trascendenza. La prima parte è incentrata sull’evoluzione della tecnica, sulle neurotecnologie e sulle nuove esperienze digitali dell’«oltre». In questa seconda parte l’attenzione si sposta sull’intelligenza artificiale, sul transumanesimo e sulle questioni etiche, politiche e commerciali poste dalla progettazione della trascendenza.
Se le tecnologie possono ormai mediare, modellare e persino produrre esperienze percepite come trascendenti, non basta più chiedersi che cosa esse rendano possibile. Occorre domandarsi chi le progetti, secondo quali interessi e con quali conseguenze per l’autonomia personale e collettiva.
L’intelligenza artificiale come amplificatore simbolico
L’intelligenza artificiale generativa entra in questo quadro come amplificatore cognitivo e simbolico. Sistemi in grado di produrre testi, immagini, musica, video su richiesta consentono a individui e comunità di esplorare narrazioni e iconografie che prima richiedevano competenze e tempi elevati. Ciò vale anche per linguaggi religiosi e filosofici: modelli di IA possono generare sermoni, meditazioni guidate, liturgie, immagini sacre e persino “presenze digitali” di figure carismatiche. Da un lato, questo offre strumenti potenti per riflessione, pedagogia, creatività spirituale; dall’altro solleva dubbi su autenticità, autorità, discernimento. La trascendenza rischia di essere simulata infinite volte, in forme seducenti ma parametrizzate sugli algoritmi di engagement. L’utente, invece di essere liberato dal limite cognitivo, può finire intrappolato in un ecosistema di contenuti generati, dove ciò che appare come oltre è in buona misura prodotto da modelli statistici allenati su corpora preesistenti.

Transumanesimo e promessa di salvezza
Dietro tutto questo si muove il transumanesimo come discorso organizzato. I transumanisti sostengono l’uso di tecnologie emergenti controverse – ingegneria genetica, crionica, potenziamento cognitivo, upload mentale – con l’obiettivo dichiarato di superare la condizione umana o almeno di portarla su un piano qualitativamente diverso. La trascendenza, in questa prospettiva, è spesso declinata come superintelligenza, immortalità, smaterializzazione del soggetto, fusione con l’IA. Le tecnologie non sono viste soltanto come mezzi; vengono investite di una vocazione quasi soteriologica, salvifica: liberare dalla malattia, dalla sofferenza, dalla morte. Filosofi ed eticisti mettono in guardia contro gli eccessi di queste narrazioni, sottolineando che la tecnoscienza ha implicazioni sociali, ecologiche, politiche che non possono essere ignorate. La questione non è se la trascendenza tecnologica sia possibile in astratto, ma quale tipo di mondo si sta costruendo nel tentativo di seguirla.
Tecnoteocrazia e democrazia tecnologica
La critica della tecnoscienza ha elaborato concetti come tecnoteocrazia, per indicare modelli di governance in cui la tecnologia viene proposta come risposta definitiva alle crisi, ai rischi, alle instabilità, assumendo implicitamente una funzione metafisica: promette di dare senso, ordine, salvezza. In questi scenari, sistemi di IA, reti di sensori, neurotecnologie vengono integrati in dispositivi di controllo che ambiscono a garantire sicurezza e armonia, ma rischiano di gestire, selezionare, modulare le forme di trascendenza consentite. Il soggetto rischia di non essere più autore del proprio «oltre», ma semplice destinatario di esperienze progettate da altri sulla base di criteri tecnici, commerciali o di controllo sociale. Pensare oggi la trascendenza significa quindi interrogarsi sulla democrazia tecnologica: quali spazi lasciamo all’iniziativa personale, alla creatività comunitaria e alla libera sperimentazione, evitando che tali spazi diventino terreno di manipolazione o sfruttamento?
Il mercato dell’«oltre»
Queste dinamiche hanno conseguenze dirette sulle pratiche professionali, incluse quelle di marketing, comunicazione e design dell’esperienza. Chi progetta prodotti o servizi che promettono trascendenza, benessere profondo, potenziamento cognitivo o spirituale, opera in un territorio insieme filosofico, psicologico ed economico. Un’app di meditazione basata su IA che promette di portarti oltre te stesso, una piattaforma VR che vende pacchetti di viaggi mistici guidati, un dispositivo di neurofeedback che promette accesso a stati superiori di coscienza, non sono semplici gadget; sono micro-teologie tecniche dissimulate nel linguaggio del benessere. La responsabilità del progettista e del marketer non si esaurisce nel rispetto delle normative sulla pubblicità; implica una consapevolezza etica e filosofica: quali promesse stiamo facendo? Quale tipo di soggettività stiamo incoraggiando? Quale rapporto tra finitezza e oltre stiamo suggerendo ai nostri utenti?
Cosmesi, benessere e promesse di trasformazione
Nel mondo della cosmesi e del benessere, questo è particolarmente evidente: ingredienti naturali presentati come ponti verso uno stato di equilibrio superiore, prodotti che evocano rituali ancestrali, connessioni con la natura e sensazioni trascendenti si collocano nell’area di confine tra marketing emozionale e discorso quasi spirituale. Se su questo terreno si innesta una tecnologia – un dispositivo di misurazione della pelle con IA, una routine VR che accompagna l’applicazione di un prodotto in un ambiente multisensoriale – la narrazione può scivolare facilmente verso promesse di trasformazione totale: non è più solo una crema, è un passaggio verso una nuova te. Il rischio è duplice: banalizzare la trascendenza riducendola a slogan e promettere cambiamenti che nessun prodotto può realisticamente offrire. Un approccio più responsabile potrebbe presentare queste esperienze come occasioni di consapevolezza, di cura, di attenzione a sé, senza caricarle di valenze salvifiche.
Dalle promesse miracolose alle pratiche di accompagnamento
Una possibile linea pratica consiste nel ripensare i progetti come pratiche di accompagnamento piuttosto che come esperienze miracolose. In concreto, ciò significa descrivere un percorso VR di meditazione non come accesso garantito a stati superiori di coscienza, ma come strumento di supporto alla pratica di consapevolezza, evidenziando che l’uso regolare, in combinazione con altre forme di cura, può favorire cambiamenti di lungo periodo. Significa inoltre parlare di interfacce neuronali non come porte verso una mente illimitata, ma come tecnologie avanzate per recuperare o ampliare funzioni in dialogo con il corpo, la storia e la rete di cura, con trasparenza su rischi e limiti. Occorre restituire al soggetto la centralità del suo giudizio, della sua interpretazione e del suo percorso, riconoscendo che nessuna tecnologia può sostituire completamente la responsabilità personale e la complessità dell’esperienza.
Etica, governance dei dati e neurodiritti
Sul piano normativo, questa impostazione si traduce in principi come autonomia, non maleficenza, beneficenza, giustizia distributiva, trasparenza, governance dei dati e, oggi, anche neurodiritti: diritti specifici legati all’integrità della mente e ai dati neurali. L’autonomia implica che la persona possa scegliere se e come esporsi a esperienze indotte tecnicamente, comprendendone scopi, rischi, limiti. La non maleficenza richiede di minimizzare danni fisici, psicologici, sociali, soprattutto quando si interviene direttamente sul cervello o sugli stati di coscienza. La beneficenza chiede di misurare i benefici reali e non solo percepiti, attraverso studi clinici e psicologici robusti. La giustizia distributiva impone di considerare l’accesso equo, per evitare che la trascendenza tecnologica diventi privilegio di pochi e nuovo vettore di disuguaglianza. La trasparenza e la spiegabilità chiedono che il funzionamento di sistemi che influenzano la mente sia comprensibile in linea di principio, per evitare che l’utente sia in balia di scatole nere che modulano il suo sentire in modi opachi. La governance dei dati è cruciale: quando si raccolgono segnali neurali o dati di comportamento intimo, si tocca la dimensione più vulnerabile dell’individuo.

La recente ricerca sulle neurotecnologie sottolinea che, rispetto agli scenari aperti, molte domande restano irrisolte, proprio per via dell’assottigliarsi del confine tra umanità e macchina. Si propone la creazione di neurodiritti che includono il diritto all’identità personale, al libero arbitrio, alla privacy mentale, alla protezione dalla manipolazione e dal monitoraggio non consensuale della mente. Parallelamente, studi di filosofia e scienze sociali evidenziano come la comprensione della tecnologia si sia fatta multifaccettata, plurale, complessa e ambigua, e come questa complessità richieda un lavoro concettuale continuo. Il rischio è idealizzare la tecnologia come vettore di progresso inevitabile o demonizzarla come diavoleria; la sfida è pensare la tecnologia come campo di possibilità che va governato, orientato, discusso criticamente, con una visione che tenga insieme opportunità e rischi.
Ricerca empirica e significato dell’esperienza
Sul piano della ricerca empirica, è essenziale combinare misure oggettive e registri soggettivi. Studi fenomenologici, interviste in profondità, diari di esperienza, osservazioni partecipanti sono strumenti indispensabili per capire che cosa sta davvero accadendo quando le persone usano queste tecnologie. È facile registrare che un certo protocollo VR abbassa la frequenza cardiaca o riduce un punteggio di ansia; più difficile è raccogliere e interpretare i significati che gli utenti attribuiscono alle loro esperienze, i cambiamenti nel modo di percepire sé stessi, gli altri e il mondo. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità della trascendenza: non solo nella curva di un grafico, ma nel racconto di un vissuto, nelle parole scelte per descrivere ciò che si è provato, nelle decisioni che ne sono seguite.
Le differenze culturali
Le cornici culturali, inoltre, modulano profondamente la percezione della trascendenza tecnologica. La stessa tecnologia – un visore VR, una BCI, un algoritmo generativo – può essere percepita come strumento di liberazione o come minaccia, a seconda del contesto. Nelle culture fortemente secolarizzate, la trascendenza tecnologica può essere vissuta come unica forma di oltre disponibile, surrogato contemporaneo delle grandi narrazioni religiose. Nelle culture in cui le tradizioni spirituali sono vive, può essere vista come complemento o come pericolo che rischia di sostituire il lavoro interiore con scorciatoie tecniche. Per chi progetta esperienze, questo significa che non esiste un utente universale: occorre mappare sensibilità, valori, credenze, paure, linguaggi.
Ritrovare il valore del limite
Tutto questo rende chiaro che parlare di oltre il limite nel XXI secolo è qualcosa di più del branding di un libro o di un concetto di conferenza. È una necessità concettuale: obbligarsi a guardare con attenzione il modo in cui la tecnologia sta ridisegnando non solo le possibilità operative, ma la struttura delle nostre aspirazioni. Per alcuni, questo significa abbracciare un progetto transumanista ambizioso, in cui si mira a superare morte, malattia, fragilità attraverso la tecnoscienza. Per altri, significa recuperare una dimensione contemplativa che non rifiuta la tecnologia ma le assegna un posto limitato, come supporto e non come etica totale. Per altri ancora, significa difendere uno spazio in cui la trascendenza non è programmata, venduta, misurata, ma rimane possibilità aperta di incontro, sorpresa, grazia.
In questo panorama, chi lavora con i contenuti – scrittori, divulgatori, creatori di ebook, designer di corsi – ha una responsabilità particolare: scegliere quale immagine di trascendenza tecnologica vuole contribuire a diffondere. Si può scrivere per alimentare un immaginario di potenza illimitata, fuga dalla responsabilità, promesse assolute; oppure si può scrivere per promuovere un oltre più sobrio, che riconosce il valore del limite, della lentezza, della relazione, e vede nella tecnologia uno strumento di amplificazione di significati già radicati nella vita umana. Il gesto di intitolare un saggio “Oltre il limite: tecnologia e trascendenza nel XXI secolo” diventa, in questo senso, una dichiarazione di intenzione: indagare non solo ciò che la tecnoscienza può fare, ma ciò che dovrebbe fare, alla luce di ciò che consideriamo una vita buona, giusta, degna.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

