Negli ultimi anni il dibattito sull’educazione digitale si è concentrato soprattutto sull’acquisizione di competenze tecniche: saper usare le piattaforme, gli strumenti collaborativi, l’intelligenza artificiale. Tuttavia, l’accelerazione algoritmica che governa l’informazione contemporanea sta rendendo evidente un limite strutturale di questo approccio.
Difatti, non basta saper usare il digitale: occorre saperlo interpretare. In un ecosistema dove ciò che vediamo online è selezionato da algoritmi in base ai nostri gusti precedenti, con classifiche poco trasparenti e contenuti generati automaticamente, il vero deficit educativo non è tecnologico, ma cognitivo e critico. A confermare questi meccanismi vi è la disinformazione, che non è più un fenomeno marginale: video falsi che sembrano reali, testi generati artificialmente, immagini create dal computer stanno ridefinendo il concetto stesso di verità pubblica, con l’IA che non crea la disinformazione, ma ne aumenta la scala, la velocità e la credibilità apparente.
In questo scenario, parlare di competenze digitali senza affrontare la dimensione critica rischia di essere fuorviante. Difatti, uno studente può essere perfettamente in grado di usare ChatGPT e, allo stesso tempo, essere completamente disarmato di fronte alla manipolazione informativa. Il problema, dunque, come si può ben vedere, non è la mancanza di abilità operative, ma l’assenza di quella che potremmo chiamare alfabetizzazione alla conoscenza: la capacità di discernere e interrogare le fonti, riconoscere le intenzioni dietro un messaggio, valutare il contesto, per salvare i principi cardine dei sistemi democratici.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (24/05/2025).

