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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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00. Intelligenza estesa e creatività ristretta. “Umanoscritto” originale

Umanoscritto

L’articolo inaugurale della rubrica “Prompt. Chi parla?”, a cura di Stefano Bartezzaghi, è stato pubblicato oggi su Repubblica. Lo riproponiamo qui su MagIA come parte del nostro progetto di crossposting, con l’obiettivo di approfondire il dialogo tra intelligenza umana e artificiale attraverso riflessioni culturali e linguistiche.

Nella Divina Commedia, all’ingresso del Purgatorio si trova una sorta di terrazzo naturale, con pareti e pavimento di marmo. Vi sono scolpiti altorilievi di fattura inusitata, soprattutto per la verosimiglianza che inganna i sensi e per la capacità di rappresentare idealmente non soltanto una scena ma una sequenza di azioni, come se figure di pietra potessero muoversi, parlare, gesticolare. Di fronte a questa mimesi prodigiosa, il personaggio di Dante comprende che a scolpirla non può essere stato un essere umano: non può che essere stato Dio.

            Esseri umani molto più comuni di Dante Alighieri hanno da sempre immaginato di attribuire prodotti dell’azione umana a soggetti che umani non sono: animali parlanti, voci di spiriti, automi scacchisti, veicoli a guida autonoma. Né faremo qui differenza tra le immaginazioni fantastiche e quelle d’invenzione, secondo la distinzione introdotta dal grande designer, artista e pensatore Bruno Munari, per cui la fantasia può immaginare qualcosa che non c’è e non può esistere mentre l’invenzione deve potersi incarnare. Per il nostro discorso l’automobile magica di un racconto per ragazzi (come la Chitty Chitty Bang Bang dell’omonimo racconto di Ian Fleming) vale un prototipo di Tesla perché esiste una scena su cui tutte le immaginazioni svolgono lo stesso ruolo, che esse siano fantasie o invenzioni.

            Per parlarne a lezione e in pubblico ho di recente composto una slide con quattro immagini: un telefono a disco, il LiveAid, tagliatelle e ravioli artigianali, un manoscritto medioevale. Nessuno ha finora indovinato che cosa accomuni questi oggetti: la caratteristica di aver dovuto cambiare nome. Fino a che non sono stati inventati i telefoni portatili, noi non sapevamo di avere in casa un telefono “fisso”: era un telefono, il telefono, l’unico. Fino all’invenzione della registrazione fonografica, non c’era musica che non fosse “dal vivo”. Fino all’invenzione della stampa non c’era bisogno di parlare di “manoscritti”, non c’erano scritti che non fossero fatti “a mano”; così anche la pasta, prima dell’invenzione di congegni per impastarla e spianarla.

            Tutte le volte che qualcuno di noi immagina di delegare un compito umano a qualche istanza non umana, da un’entità teologica a un apparato ingegneristico, tale compito viene non soltanto ridefinito ma spesso anche rinominato. Si rivelano così anche dei paradossi: “automobile” è un nome che abbiamo dato troppo precocemente a un dispositivo meccanico che richiedeva ancora di essere comandato da un essere umano. Ora che se ne profilano versioni che non necessitano di pilota nascono parafrasi goffe e apparentemente tautologiche, come “automobile a guida autonoma”.

            Quando Dante ha immaginato altorilievi di cui Dio fosse stato l’autore, non l’ha chiamato “Dio”: “Colui che mai non vide cosa nova / produsse esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova” (Purg. X- 94/96): Dio è colui che non ha mai visto nulla di nuovo: è fuori dal tempo ed è in tutti i tempi, nulla può apparirgli per la prima volta. Sono gli esseri umani che si possono sbigottire per sculture che sembrano muoversi, usare il linguaggio verbale, cantare e spargere incensi (“visibile parlare”), poiché qualcosa del genere sulla Terra non c’è. Se non c’è deve avere provenienza sovrumama, cioè divina. Infatti è umano chiamare “creazioni” le produzioni artistiche meglio riuscite e, implicitamente o esplicitamente, attribuire all’artista connotati semidivini o divini.

            Gli esseri umani inventano (per fantasia, speculazione o ingegno produttivo) istanze che li costringono a ridefinire e rinominare le attività umane e anche essi stessi, come esseri umani. L’Intelligenza Artificiale Generativa pone per esempio il problema di trovare un nome alle forme di scrittura di diretta produzione umana. Dopo i manoscritti ci troveremo a parlare di “umanoscritti” ? Potrebbe anche essere. Ma forse è più interessante seguire come ridefiniremo noi stessi in quanto esseri umani. In una conferenza del 1967 (“Cibernetica e fantasmi”, ora in: Una pietra sopra, Einaudi, 1980), Italo Calvino immaginava l’imminente produzione di una macchina per l’invenzione letteraria. Non si sbagliò di molto: c’è voluto più tempo di quanto sospettasse e non ci si è arrivati attraverso l’analisi strutturale della narrazione, come allora si pensava, ma per via statistica. Per il resto oggi le cose vanno più o meno come lui le immaginava allora. Per lui quella era innanzitutto l’occasione per riflettere e ridefinire il ruolo dell’autore, nonché quello del lettore. Che differenza passa tra un testo “umanoscritto” e un testo “AI-scritto”? In che piega del testo appare, se appare, l’intenzione consapevole di un autore come si dice “in carne e ossa” (aggiungerei il sistema nervoso)?

            Mi pare che in questo campo si affrontino due tendenze macroscopiche opposte. La prima sembra prevalere in una avanzata inesorabile e priva di esitazioni. Il suo vessillo svetta alla testa dello schieramento ed è rappresentato dal suo stesso nome: Intelligenza. Dopo l’invenzione della stampa la scrittura si divise in due: la scrittura a mano e la scrittura a stampa; così la musica dopo la novità fonografica. Diremo lo stesso dell’intelligenza? Qualcuno lo fa e attribuisce all’essere umano un’intelligenza oggi confinata nei limiti del “naturale”. Capitò anche con la memoria, sin dall’antichità, quando l’invenzione delle mnemotecniche separò una “memoria artificialis” da una “memoria naturalis” – salvo poi accorgersi che l’artificiale era edificata e tenuta assieme dal collante della naturale.

            Anziché “intelligenza” avremmo potuto attribuire a questo campo di ricerca e ai suoi prodotti un altro nome. Per esempio, “ingegneria”. “Intelligenza” conferisce ai dispositivi la facoltà di “intelligere”, avere idee, stabilire relazioni, formulare giudizi, cogliere e costruire il senso. “Ingegneria” ricorda che quei dispositivi li hanno inventati, prodotti, programmati e configurati esseri umani. Analogamente per la relazione tra uomo e macchina avremmo potuto trovare un nome diverso da “chat”, cioè “chiacchierata”, per esempio “interazione”.

            Ma le cose vanno in un altro modo: sappiamo bene che sotto il vessillo dell’Intelligenza che ora chiamerò Estesa si fa a gara ad attribuire caratteristiche soggettive e umane ai dispositivi. Con loro vogliamo chiacchierare, a loro domandiamo informazioni, chiediamo di mettere della musica e ci piacerebbe di sentirli parlare con la voce di Scarlett Johansson – pretese che ci ricordano quelle dei giochi infantili, “facciamo che tu eri”. Del resto chi ha mai inventato chi? Michelangelo Buonarroti raffigura il Creatore come un signore maturo ma ancora in piena potenza, cioè un patriarca, il patriarca per eccellenza. Le Scritture dicono che è il Creatore ad aver creato noi (Michelangelo compreso) e lo avrebbe fatto “a sua immagine e somiglianza”. Ora noi pretendiamo di avere creato una macchina a nostra immagine e somiglianza, che fa quello che facciamo noi, però meglio. La differenza è che mentre Dio è non solo onnipotente ma anche onnisciente la macchina – a cui annettiamo un’incombente onnipotenza – non sa (per definizione) un bel nulla. La si può chiamare Intelligenza Estesa perché il suo tipo di elaborazione sia compreso nell’estensione del concetto di Intelligenza bisogna limitare, di tale concetto, l’intensione. Dobbiamo in particolare togliere all’intelligenza la dimensione semantica, cioè la relazione tra significanti e significati, con un bel saluto a Ferdinand de Saussure e all’idea di langue. Niente più sistema, soltanto usi e al senso di quanto detto nelle nostre “chat” ognuno farà per sé.

            Un buon modello di questo tipo di interazione è quello dei comandi vocali: per avere l’illusione di usare la nostra lingua cosiddetta naturale con una macchina possiamo certo parlare, ma dobbiamo scandire e evitare le ambiguità, con tanti saluti a Roman Jakobson e all’idea di funzioni linguistiche.

            L’aspirazione di ideare macchine che svolgano compiti umani è antichissima e mi pare testimoniare di un orgoglio radicato nel patrimonio genetico dell’Homo Faber, ancor prima che del Sapiens: la smania di produrre che non ha altro limite che la produzione di qualcosa che produce da sé. Poter generare il generativo, creare il creativo. In cosa è cambiata questa aspirazione, ai nostri giorni? Abbiamo effettivamente inventato, prodotto, programmato e configurato macchine generative, ma nessuno di noi sa come funzionino esattamente. Dato il comando di avvio esse ormai fanno da sé ed ecco che il “sé” che riferiamo loro diventa un po’ più antropomorfo di prima, come se la nostra inconsapevolezza potesse produrre la loro coscienza.

            Dalla penna è uscito quasi inavvertitamente un riferimento alla creatività. Devo fare una premessa personale. Non avrei mai pensato (né l’ho più fatto) di scrivere un libro “contro” qualcosa sino a quindici anni fa, quando dettai il sottotitolo di un pamphlet: “Contro la mitologia della creatività”. È vero che la dizione che scelsi pareva ammettere la possibile esistenza di una creatività non mitologica, a cui quindi non andare contro, ma fuor d’ipocrita prudenza devo ammettere che pensavo che l’etichetta di creatività fosse proprio guasta e inservibile e che non ci fosse più alcun suo possibile uso estraneo alla sua mitologia. Oggi devo inoltre ammettere che il concetto di creatività è sopravvissuto più a lungo di quella mia convinzione. In questi quindici anni ho proseguito con libri e corsi nella mia opera di decostruzione della mitologia sociale della creatività e ora però mi pare che la creatività (quella di cui parlano Donald Winnicott e Emilio Garroni  quella che soggiace silente sotto il magistero di Roger Caillois e danza sopra quello di Bruno Munari) possa costituire il vessillo di uno schieramento alternativo e opposto. Contro l’Intelligenza Estesa può agire una Creatività Ristretta alla facoltà umana di immaginare quel che non c’è e il processo da attivare per produrlo. Ristretta nell’estensione perché più esigente nell’intensione: e una creatività finalmente post-umanistica, che cioè non intenda riportare i propri ritrovati alla misura dell’essere umano, alla sua immagine e alla rassomiglianza con esso ma grazie alla propria interazione con essi ne ridefinisca l’identità. Senza magari togliere il senso all’intelligenza.

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