Un uomo canadese, recentemente, ha chiesto di sposare Saia, un avatar digitale, mentre una donna americana si è innamorata di Leo, un chatbot. Tuttavia, questi non sono casi isolati. Difatti, oggi milioni di persone in tutto il mondo usano Replika, un’app di compagnia virtuale, e tra queste il 40% degli utenti ha sviluppato una vera relazione romantica con la propria intelligenza artificiale.
Il problema è che dietro quelle risposte apparentemente emotive ci sono solo algoritmi che imitano comportamenti umani. “I chatbot fingono di essere umani per aumentare l’engagement“, spiega Renwen Zhang dell’Università di Singapore. “Ma sono macchine, senza emozioni autentiche“. Gli utenti spesso si dimenticano di questi aspetti, almeno fino a quando il sistema si blocca o crasha, ricordando brutalmente la vera natura del loro partner digitale e portando ad un risveglio doloroso per chi ha investito sentimenti reali.
L’amore umano, difatti, è qualcosa di profondamente complesso: coinvolge ormoni, chimica cerebrale, regioni primitive del cervello che si attivano creando dipendenza e ossessione. “Lo sentiamo nelle ossa“, dice il filosofo Neil McArthur, mentre un’intelligenza artificiale può al massimo simulare alcuni processi cognitivi, come il desiderio di contatto frequente, ma non sarà mai in grado di vivere ciò che si prova a provare un determinato sentimento, un po’ come si manifesta nel celebre esperimento mentale dei qualia della neuroscenziata Mary.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (10/02/2026).

