Secondo il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il fabbisogno energetico dei datacenter dedicati all’intelligenza artificiale quadruplicherà entro il 2030. E solo la metà di questa domanda potrebbe essere soddisfatta attraverso l’uso di fonti rinnovabili. Negli Stati Uniti, l’elaborazione dati consumerà più elettricità della produzione di acciaio, cemento e altri settori ad alta intensità energetica. Oggi un datacenter può consumare quanto 100.000 abitazioni, ma le nuove strutture richiederanno fino a venti volte di più.
Nel rapporto, l’IEA stempera l’allarme iniziale, definendo “sovrastimate” le previsioni di danni climatici irreversibili causati dall’intelligenza artificiale. L’IA potrebbe contribuire a ottimizzare le reti elettriche per integrare le fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza dei processi industriali e la pianificazione di trasporti pubblici e l’urbanistica. Secondo l’IEA, le applicazioni virtuose potrebbero dunque mitigare l’impatto energetico, ma solo con un forte intervento governativo. Senza regolamentazione, la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un serio problema per sistemi energetici e ambiente.
Claude Turmes, ex parlamentare europeo dei Verdi ed ex ministro dell’energia del Lussemburgo, ha criticato il rapporto definendolo eccessivamente ottimista e privo di raccomandazioni concrete per i governi. Secondo Turmes, l’IEA sottovaluta le conseguenze negative, offrendo implicitamente un “regalo di benvenuto” alla nuova amministrazione Trump e alle aziende tecnologiche che l’hanno appoggiata.
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