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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Religioni digitali e tecnoimmaginari dell’IA: tra utopia e distopia

IA e religione

Esiste ormai da tempo un mercato fiorente di applicazioni AI-mediated studiate per fornire supporto religioso e spirituale ai praticanti di confessioni diverse. Scegliendo piani economici gratuiti o premium, possiamo ottenere assistenza creativa per pastori metodisti, meditazioni guidate per buddhisti, imam digitali che sollecitano la lettura quotidiana di passi del corano e molte altre meraviglie. Piattaforme come Replika o Character.AI ospitano guide spirituali conversazionali, spesso create dagli stessi utenti, capaci di fornire interpretazioni, di costruire rituali, di commentare sogni, paure e decisioni intime. Nessuno stupore, ovviamente. Il mercato delle app è pensato per convertire le nostre attività ritmiche in prodotti seriali, e la pratica spirituale è antropotecnica per eccellenza: la sua scansione quotidiana, il suo tempo e le sue discipline si prestano con affascinante plasticità alla quantizzazione artificiale.

Le spiritualità tra gli algoritmi

Ma i chatbot che mi sembrano più significativi sono germogliati nelle praterie sconfinate delle spiritualità contemporanee, in quello sprawl (se vogliamo rievocare il vecchio William Gibson) dove i nuovi cercatori (quelli che la sociologia conosce con il nome di seekers) costruiscono le proprie dimensioni di senso a prudente distanza dalle istituzioni religiose tradizionali. Qui operano quei laboratori del sacro che funzionano se e solo se corrispondono alle equazioni individuali del true self, se imbastiscono esperienze adatte alla quotidianità, secolare o post-secolare che sia. Qualche settimana addietro ho chiesto a un’app pensata per gli spiritual seekers qualche consiglio, ricamando un prompt sufficientemente vago, sufficientemente aperto ai nuovi percorsi interiori, informato quanto basta sugli evergreen orientali cui tutti siamo socializzati, come lo yoga, la meditazione e l’essenzialità zen. L’AI mi ha ripagato con due pagine abbondanti di storytelling ottimistico, un’utopia generalista costruita sul rinforzo dell’autostima e sulla lingua franca della vecchia New Age. L’uso dell’AI in contesti religiosi e spirituali è un fenomeno in crescita e il futuro sarà magnificamente artificiale, o almeno così sembra. Secondo il rapporto di Save the Children del 2025, il 41,8% degli adolescenti afferma di avere chiesto aiuto a Chat GPT o ad altri strumenti di AI nei momenti di difficoltà emotiva, dunque non ci sono buone ragioni per cui una tendenza analoga non debba svilupparsi per chi ha necessità interiori di carattere spirituale.

Un chatbot nel tempio?

Le religioni tradizionali, ovviamente, non stanno a guardare e cercano nuovi orientamenti per guardare alle AI, non tanto perché queste possano creare nuove religioni (anche se non mancano esempi in questo senso), quanto perché intervengono nelle grammatiche narrative attraverso cui le società articolano vulnerabilità, speranza, salvezza. Se è vero che la parola che ricorre con maggiore frequenza è cautela, questo processo è accompagnato – e talvolta coperto – dalla ormai classica polarizzazione tra immaginari utopici e distopici. Presso le diverse confessioni, l’IA viene talvolta presentata come uno strumento di possibile perfezionamento spirituale, capace di rendere più accessibili le pratiche, di abbattere barriere linguistiche e culturali, di offrire a tutti un consulente sempre disponibile. Ad altre latitudini, l’AI è rappresentata come minaccia: simulacro privo di anima, idolo tecnologico che insidia l’autenticità dell’esperienza religiosa, macchina semi-senziente pronta a sostituire ministri, maestri e guide. Con Bernard Stiegler, insomma, la tecnica come pharmakon, contemporaneamente rimedio e veleno, condizione di possibilità della memoria e principio di disattivazione della sua profondità. Come qualsiasi altra tecnologia, l’AI estende l’umano ma, nel farlo, ne riorganizza la struttura desiderante e si configura come una macchina di esteriorizzazione radicale, laddove ai sistemi generativi si affidino non solo contenuti o procedure, ma una parte crescente dei processi attraverso cui costruiamo memoria e significato. Le spiritualità algoritmiche diventano così espressioni di un pharmakon narrativo: da un lato rendono accessibili pratiche che richiedevano mediazioni complesse; dall’altro rischiano di erodere il lavoro interiore – lento, , trasformativo, spesso conflittuale – che tradizionalmente definiva l’esperienza spirituale. Lo aveva già intuito Umberto Eco in tempi non sospetti (nel preistorico 1988), quando ne Il Pendolo di Foucault, a margine di un pionieristico parallelo tra il computer e il sistema ricombinatorio della kabbalah, faceva rimbrottare a Diotallevi: «Se questa macchina ti desse subito la verità non la riconosceresti, perché il tuo cuore non sarebbe stato purificato da una lunga interrogazione. E poi, in un ufficio!»

Per Niklas Luhmann la religione offre schemi interpretativi per l’improbabile, per ciò che eccede la contingenza del mondo. L’AI irrompe in questo equilibrio non come concorrente dell’esperienza religiosa, ma come perturbazione osservabile: un dispositivo che introduce nuove forme di complessità e nuove aspettative di senso. Il sistema religioso risponde rielaborando queste perturbazioni entro le proprie categorie, ridefinendo ciò che conta come interpretazione legittima, orientamento morale ed esperienza del trascendente. In questa direzione, non è l’AI a secolarizzare la religione, né la religione a spiritualizzare la tecnica: entrambi si riorganizzano reciprocamente in un processo di osservazione circolare che può modificare i criteri di validazione delle credenze e dei discorsi sul religioso.

Tra narrazione e storytelling

La Crisi della Narrazione di Byung-Chul Han (2023) ci offre una lente stimolante per comprendere il modo in cui l’intelligenza artificiale interviene in queste forme di senso. Per Han, la narrazione è la capacità di articolare un tempo comune, generando memoria e trascendendo l’immediatezza dell’esperienza. Narrare significa sempre eccedere l’utile, inscrivere l’individuo in una trama che lo precede e lo supera. Lo storytelling digitale, di converso, opera secondo una logica che frammenta e accelera le sue sequenze brevi, autosufficienti, pensate per essere consumate più che abitate. La nuova chatbot culture appartiene a questo regime della brevità, miniaturizzando i sensi possibili nella topologia dell’istante. Ed è in questa distanza tra narrazione e storytelling che si apre lo spazio della domanda contemporanea sul sacro: le tecnologie generative amplificano la tendenza della tarda modernità a vivere in un tempo senza durata, costringendo le istituzioni a cercare risposte inedite per intercettare le nuove necessità spirituali. La struttura è quella dello storytelling emotivo, configurabile tanto come promessa di una soteriologia algoritmica in grado di liberarci dall’errore umano, quanto come fantasia speculare della catastrofe, della macchina che soppianta l’umano e della spiritualità ridotta a simulacro. In entrambi i casi, la complessità socio-tecnica dell’IA si riduce a figura narrativa.

Oltre utopia e distopia

In questa luce, la domanda decisiva non è se l’AI sia amica o nemica della religione. Formulata in questi termini, la questione resta intrappolata nelle retoriche utopiche e distopiche che sono state evocate e oltre le quali dobbiamo muoverci necessariamente. Dobbiamo invece interrogarci sui modi in cui l’AI contribuisce a ridisegnare il paesaggio narrativo entro cui prende forma l’esperienza spirituale. Le tradizioni religiose vivono di narrazioni lunghe che intessono miti fondatori, genealogie esemplari e ritmi rituali, mentre l’AI produce racconti brevi e personalizzati: risposte modulate sulle tassonomie di interazioni e preferenze di un profilo e della sua costellazione di dati. Possiamo quindi immaginare il confronto tra comunità di fede e sistemi algoritmici come uno scontro tra temporalità divergenti. Questo non significa che la spiritualità mediata dall’IA sia per definizione superficiale o irrilevante. Indica, piuttosto, che essa può assumere la forma di un’esperienza puntiforme e by design, in cui ogni risposta tende a esaurirsi nel perimetro dell’utente che la riceve.

Ma al di là delle istituzioni, come potranno reagire i praticanti? Un amico, pastore di area protestante, ha provato a sottoporre alla sua comunità religiosa una nuova preghiera prodotta dall’intelligenza artificiale, senza precisare questa origine computazionale. Nessuno si è accorto di nulla.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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