Riconoscere un testo scritto dall’intelligenza artificiale è molto più difficile di quanto si pensi. Eppure la caccia ai presunti “furbetti del chatbot” è già cominciata, con conseguenze a volte ingiuste.
Il caso che ha acceso il dibattito riguarda il romanzo Shy Girl, pubblicato dal colosso editoriale Hachette e ritirato dal mercato dopo le accuse dei lettori all’autrice Mia Ballard: il libro sarebbe stato scritto con ChatGPT. Affermazione che ha portato l’autrice a scaricare la responsabilità su un collaboratore, ma la vicenda ha riaperto una domanda scomoda: esistono davvero strumenti affidabili per smascherare l’AI? Gli indizi cercati nei testi sono stilistici: elenchi puntati, trattini lunghi, costruzioni ripetitive come «non solo x, ma anche y», abuso di connettivi e un tono enfatico su tutto. Secondo un’analisi del Washington Post, il 70% dei testi generati da ChatGPT contiene almeno un emoji. Strumenti come GPTZero e QuillBot promettono rilevamenti automatici, ma gli stessi sviluppatori avvertono di non usarli per decisioni che impattino sulla carriera di qualcuno.
Il problema è duplice. Da un lato, bastano poche modifiche “umane” per ingannare qualsiasi rilevatore. Dall’altro, basta chiedere all’IA di evitare i cliché per ottenere testi indistinguibili da quelli umani. Il paradosso, segnalato dal New York Magazine, è che gli autori più penalizzati sono proprio i più precisi grammaticalmente: la loro scrittura assomiglia a quella dell’IA semplicemente perché entrambi seguono le stesse regole.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (27/10/2025).

