Partiamo dall’inizio. La tecnica e la tecnologia hanno sempre avuto il loro posto nelle arti, e il teatro non fa eccezione. I greci avevano inventato la mēchanē, una gru con carrucole che sollevava gli attori sopra il palco simulando voli divini. Nel Rinascimento Leonardo da Vinci aveva progettato la “Festa del Paradiso” per Ludovico il Moro. Pianeti meccanici, angeli sospesi, luce che non si era mai vista in scena. Poi le luci a gas, poi l’elettricità, poi i microfoni, le proiezioni, i led. Ogni volta che una tecnologia nuova entra in un teatro, luogo che sembra dover rimanere fuori dal tempo per mantenere la “purezza”, qualcuno grida alla fine dell’arte. Ogni volta, però, il teatro usa, assorbe, si rinnova, fa sua l’innovazione e va avanti. È successo in passato e succede ora con l’intelligenza artificiale.
Chatbot in scena ad Edimburgo e a Milano
Agosto 2025, Edinburgh Festival Fringe. Sul palco del Gilded Balloon c’è un robot umanoide che si chiama A.L.Ex. Intorno a lui, attori in carne e ossa che improvvisano. Il pubblico urla suggerimenti, l’IA li elabora in tempo reale, manda battute tramite occhiali in realtà aumentata, genera immagini, inserisce colpi di scena. Sessanta minuti senza copione, davanti a una platea che non sa mai cosa arriverà. Lo spettacolo si chiama “RoboTales”, lo fa Improbotics, collettivo fondato da un ricercatore di IA e un gruppo di attori-scienziati sparsi tra Londra, Bruxelles e Montreal. A Milano, nello stesso anno, tre ricercatori dell’Università Statale hanno chiesto a ChatGPT di costruire uno spettacolo da zero. Proprio tutto dal soggetto ai personaggi, i dialoghi, la scenografia e le musiche. Il risultato si chiama ViaggI Accademici e racconta di professori universitari che interagiscono con uno studente misterioso che poi è l’IA stessa, travestita da umano. È andato in scena al Teatro degli Angeli, ingresso libero. Nessuna parrucca. Alla Triennale di Milano, il coreografo Wayne McGregor usava invece reti neurali per generare movimenti nuovi a partire dal suo archivio coreografico. In questo caso non è l’IA che decide, lei propone, e l’autore umano che sceglie cosa tenere.
La drammaturgia generata, dietro le quinte
L’ultimo esperimento è quello andato in scena nel maggio di quest’anno all’Opera Reale di Versailles: “Molière Ex Machina”. La Sorbona, il collettivo di artisti Obvious, Le Chat di Mistral AI. Due anni e mezzo di lavoro, un milione di euro di fondi pubblici. Testo in francese del Seicento generato da un modello addestrato sull’intero corpus di Molière, costumi ispirati agli schizzi originali del costumista di Luigi XIV, musiche composte da un algoritmo. Le recensioni parlano di qualcosa di stilisticamente convincente. Nessuno però parla di una scena specifica che li abbia colpiti davvero. L’IA scrive così male? Non sembra questo il problema. La differenza tra gli di Improbotics e quest’altro esperimento è l’utilizzo in sè della tecnologia. In “Molière Ex Machina” la tecnologia è usata per ricostruire e replicare il passato con esatezza formale e quasi filologica. McGregor e Improbotics la usano per andare dove da soli non sarebbero mai arrivati. Forse utilizzare la tecnologia per guardare indietro invece di integrarla come collaboratrice creativa riduce un po’ la potenza e l’utilità di questa. E poi l’arte ha sempre preferito un po’ di caos.
Lilli e Deb in versione robot
Le parole sul foglio, nel teatro, sono solo l’inizio. Quello che conta è quello che si sposta nelle persone mentre le dicono, prova dopo prova, spettacolo dopo spettacolo. Un millimetro alla volta e sempre in connessione non solo con se stessi e la propria interpretazione ma anche con ciò che si suscita nel pubblico. Mentre scrivo mi chiedo: chissà se un giorno arriveranno IA antropomorfe anche per Lilli e Deb- drammaturghe, attrici e maestre di teatro. Me le immagino già. Una robottina dalle fattezze di Lilli che con tono meccanico ripete “volete la domanda amletica, bip-bop”, e un’altra uguale a Deb che dice “ragazze la vostra energia è troppo bassa, beeeeeep”. Per ora, però, nessun algoritmo sa stare in una stanza con dieci persone e spostare qualcosa. Fortunatamente, almeno questa parte, rimane una roba da umani.
Immagine rivacata da account Unsplash di Yiran Ding.

