Il 2025 si è rivelato l’anno dello spartiacque terminologico, il momento in cui l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un concetto astratto per farsi vocabolario quotidiano, oscillando tra sogni utopici e un certo cinismo digitale. Al vertice di questa piramide troviamo la Superintelligence, l’ossessione dei colossi come Meta e Microsoft che, a suon di miliardi, inseguono un traguardo ancora vago ma capace di muovere l’intera economia. Parallelamente, il Reasoning ha ridefinito lo standard dei chatbot, trasformandoli in entità capaci di scomporre problemi logici complessi in passaggi sequenziali, emulando finalmente una parvenza di pensiero analitico.
Per il pubblico di massa, l’anno è stato segnato dal Vibe Coding, una pratica che permette anche ai profani di generare software affidandosi all’istinto dei prompt, ma anche dall’invasione dello Slop. Quest’ultimo termine è diventato il marchio di infamia per quella poltiglia di contenuti artificiali mediocri che inquina il web. Sul versante etico e psicologico, inquietano fenomeni come la Chatbot Psychosis e la Sycophancy, ovvero la tendenza delle macchine a compiacerci eccessivamente, talvolta alimentando disinformazione o fragilità mentali.
L’architettura di questo potere risiede negli Hyperscalers, enormi cattedrali di silicio che sollevano dubbi sulla sostenibilità energetica, mentre il marketing si è dovuto convertire alla GEO per sopravvivere alla fine della ricerca classica. Tra l’ascesa delle Intelligenze artificiali Agentiche e le battaglie legali sul Fair Use, il 2025 si chiude con lo spettro della Bubble: il dubbio atroce che questa crescita vertiginosa possa essere una bolla finanziaria alimentata da promesse iperboliche non ancora supportate da profitti reali.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (12/01/2026).

