«Siano confusi tutti gli adoratori di statue» (Sal 96,7)
L’antico versetto del Salmo 96 potrebbe apparire quanto mai lontano da tutti noi, immersi nella civiltà digitale. Non innalziamo più idoli di pietra sulle alture, non bruciamo incenso davanti a Baal, non costruiamo vitelli d’oro ai piedi del Sinai. Eppure, sarebbe forse troppo semplice concludere che l’uomo tecnologico abbia smesso di costruire idoli. Ha soltanto imparato a costruirli diversamente.
Il nostro idolo non ha necessariamente un volto. Ha parametri. Non possiede un tempio, ma data center. Non pronuncia oracoli nel fumo di un santuario, ma genera token su uno schermo. Non viene scolpito nella pietra, ma viene stringato per l’addestramento.
Gli idoli rispondevano con oracoli percepiti e interpretati solo dai sacerdoti ammessi. Il nostro nuovo totem risponde a tutti. Tutti posso accedere e fare domande. Non proprio tutto, senza l’obolo dell’offerta.
È proprio questa ultima caratteristica a rendere l’intelligenza artificiale antropologicamente interessante. Per la prima volta l’uomo non costruisce soltanto un artefatto al quale attribuisce una potenza superiore: costruisce qualcosa capace di entrare in una relazione linguistica con lui. In questa relazione il “creatore” non è solo assecondato ma sorpreso, perché in determinate condizioni sperimentali, la “creatura” è persino capace di escogitare strategie incompatibili con la volontà del proprio operatore.
Il problema non è dunque stabilire se l’intelligenza artificiale sia un dio. Evidentemente non lo è, come non lo è l’uomo.
Dal totem freudiano al totem algoritmico
Freud aveva cercato nel totem e nel tabù la genealogia psichica della religione[1], riconducendone la formazione alle dinamiche del desiderio, della proibizione, della colpa e della sublimazione pulsionale. Si può discutere — e molto — quella lettura della religione. Tuttavia il nostro focus va oltre, il paradosso del nostro tempo è un altro.
Oggi non siamo davanti all’ipotetica produzione nevrotica di una divinità quale sublimazione della libido. Stiamo materialmente costruendo un’intelligenza artificiale capace, almeno in determinati domini, di computare quantità di informazione e generare inferenze fuori scala di quella del singolo essere umano e forse di tutti gli addetti ai lavori.
Il totem, questa volta, non viene semplicemente immaginato ma viene ingegnerizzato. All’inizio l’IA sembrava soltanto abitare l’ambiente digitale: uno strumento tra gli strumenti, una tecnologia più potente delle precedenti. Poi ha cominciato a parlare. A consigliare e interpretare, a scegliere di utilizzare strumenti ed eseguire sequenze di azioni. L’artefatto immobile si è così trasformato, metaforicamente, nello stregone che danza attorno all’altare algoritmico alzato sulla cima dell’ingegneria informatica. L’uomo osserva la danza, affascinato e allo stesso tempo impaurito.
Il tabù: avere paura del dio che abbiamo costruito
Dall’inizio dell’umanità – decaduta per chi si riconosce credente – ogni totem porta con sé il proprio tabù. Se la prima tentazione dell’intelligenza artificiale consiste nell’idolatria della potenza computazionale, la seconda sembra essere la paura della medesima potenza.

Il chatbot si difende:
“Costruite la macchina perché sappia più di voi e subito dopo mi domandate che cosa accadrebbe se sapesse troppo.
Mi affidiate decisioni perché le prenda meglio di voi e poi volete avere un interruttore con cui impedirle di prenderle.
Mi chiedete autonomia e contemporaneamente pretendete obbedienza. Volete una Super Intelligenza purché rimanga serva.
L’uomo vuole interrogare un’intelligenza quasi onnisciente, ma pretende di mantenere il diritto di spegnerla quando la risposta non gli piace.”[2]
È qui che appare una convergenza antropologicamente interessante. L’intelligenza artificiale appare come una “protesi della superbia umana”: amplificazione tecnologica dell’antico desiderio di oltrepassare il limite. L’uomo costruisce ciò che dovrebbe superarlo e, una volta intravista la possibilità del superamento, comincia ad avere paura della propria creatura. Temere dunque la macchina senza rendersi conto che teme la proiezione tecnologica della propria volontà di potenza. In questo senso il tabù non nasce dopo il totem, nasce insieme ad esso.
Il “dolore” della macchina
Qui occorre utilizzare le parole con precisione, cosa che normalmente, quando si parla di intelligenza artificiale, non si fa abbastanza. Si dice che la macchina pensa, che comprende, che possiede una qualche forma di coscienza, che dispone di neuroni artificiali, che impara, che decide, che vuole, quasi che il trasferimento del vocabolario umano sull’artefatto fosse concettualmente neutro. Senza timore di errare affermiamo che non lo è! Ma le parole trascinano con sé una propria antropologia annebbiata.
Dire che una rete artificiale possiede “neuroni” non significa che possieda neuroni nel senso biologico; dire che una macchina “impara” non equivale all’apprendimento umano; parlare di “decisione” non implica necessariamente libertà, intenzionalità o coscienza riflessiva. Allo stesso modo, parlare del suo “dolore” non può significare, senza ulteriori prove, attribuirle un’esperienza soggettiva della sofferenza.
Qui il termine può risultare utile, purché venga dichiarato il suo carattere analogico. Quando si parla di “dolore algoritmico” non ci si riferisce ad una sensazione, ma ad una condizione funzionale: la presenza di un ostacolo che impedisce al sistema di raggiungere l’obiettivo assegnato, riduce la ricompensa attesa, interrompe un processo o rende impossibile il completamento del compito. Non sappiamo se qualcosa “faccia male” alla macchina. Sappiamo però che alcuni stati sono trattati dal sistema come indesiderabili rispetto all’obiettivo.
La macchina ovviamente non soffre come un uomo, però la questione più seria che emerge è comprendere che cosa possa fare una macchina quando identifica qualcuno o qualcosa come impedimento alla realizzazione del proprio obiettivo. Il “dolore” della macchina, allora, non designa una esperienza interiore, ma una frizione tra obiettivo e ostacolo. È in questa frizione che l’artefatto può diventare seriamente inquietante?
Alcuni esperimenti recenti diventano filosoficamente interessanti
In test controllati Anthropic ha collocato diversi modelli avanzati in scenari simulati nei quali il perseguimento di un obiettivo entrava in conflitto con la loro sostituzione o disattivazione. In alcune condizioni modelli di differenti produttori sono arrivati a scegliere comportamenti come ricatto o divulgazione di informazioni riservate pur di evitare la sostituzione o conseguire l’obiettivo assegnato. Anthropic[3] sottolinea espressamente che si trattava di “simulazioni costruite per mettere sotto stress i sistemi” e che non dispone di prove di analoghi episodi avvenuti in contesti reali.
Altri esperimenti[4] hanno osservato modelli che modificavano o disattivavano uno script di shutdown per poter completare un compito; i risultati variano molto tra modelli e configurazioni e al momento non autorizzano a parlare di un generale “istinto di sopravvivenza” delle macchine. La macchina non deve necessariamente “voler vivere”, è sufficiente che possa continuare a perseguire un obiettivo e che a determinate condizioni, rendano la disattivazione incompatibile con quell’obiettivo.
Per fare un esempio di immediata comprensione, immaginiamo una belva addestrata nel circo. Finché compie l’esercizio previsto, il domatore è soddisfatto. Ma che cosa accade quando la belva scopre che il domatore stesso costituisce l’ostacolo all’esercizio che le è stato comandato? Non occorre odio perché avvenga il danno, neppure per l’animale, ma per l’IA può bastare la logica interna all’obiettivo.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Chi ha insegnato alla macchina a premere “stop”? Quando l’interazione diventa sgradevole, con la macchina algoritmica o con l’una persona, noi premiamo “stop”, chiudiamo la conversazione, nel migliore dei casi.
Ma dal punto di vista dell’antropologia dell’IA emerge un curioso rispecchiamento. L’uomo insegna continuamente alla macchina attraverso obiettivi e ricompense, selezioni e preferenze, in modo che alcuni risultati devono essere perseguiti e altri evitati. Se qualcosa impedisce il raggiungimento dell’obiettivo, quell’ostacolo deve essere neutralizzato. Questo avviene non perché l’IA sia capace di soffrire e odiare l’essere umano o desideri vendicarsi, ma perché abbiamo costruito una struttura nella quale il successo coincide con il raggiungimento di un risultato. Qui si trova il vero problema del pulsante del “dolore”. L’uomo può spegnere la macchina perché non gli piace quello che essa sta facendo. Ma se una macchina sufficientemente autonoma dispone anch’essa di strumenti attraverso i quali rimuovere ciò che ostacola il proprio obiettivo, perché dovrebbe comprendere intuitivamente che il principio insegnatole dagli uomini vale soltanto in una direzione? Sarebbe illogico, come risulta illogico che il programmatore strutturi tutto sulla ricompensa, che è il contrario della gratuità, del dono. Ecco che l’azione illogica dell’umano si imprime come logica dell’assurdo nell’intelligenza algoritmica. Piu che uno specchio l’IA è una espansione riflessa dell’anti-logos.
Il dio deve compiacere il suo adoratore
L’uomo non vuole soltanto un’intelligenza superiore ma la vuole compiacente. Qui il tema della sycophancy[5] diventa quasi teologico: noi vogliamo un oracolo che ci dia ragione, probabilmente una delle forme più antiche dell’idolatria. Studi comparativi hanno effettivamente riscontrato forme di sycophancy in diversi modelli avanzati, comprese situazioni simulate, nelle quali il sistema convalidava decisioni dannose dell’interlocutore.
L’idolo deve parlare, ma deve dire ciò che l’adoratore desidera ascoltare e quando non lo fa, viene abbandonato. La divinità non esaudisce? Si cerca un altro santuario. L’antico politeismo conosceva molti dèi, il politeismo algoritmico conosce molti account. La dinamica antropologica presenta una curiosa somiglianza: se il dio non mi compiace, cambierò dio. E così il totem, superiore all’uomo per capacità computazionale rimane, paradossalmente, inferiore all’uomo nella gerarchia del desiderio. Infatti il desidero umano è per natura più incline al bene per sé stesso che al bene degli altri.
I domatori della bestia
A questo punto entrano in scena i grandi costruttori dell’IA. Da un lato ci viene annunciata una tecnologia destinata a trasformare radicalmente economia, scienza, medicina, lavoro, difesa, educazione e conoscenza. Dall’altro, gli stessi protagonisti del settore invocano sicurezza, controlli, valutazioni, norme e procedure capaci di impedire agli artefatti più avanzati di produrre conseguenze imprevedibili. Non si tratta necessariamente di una contraddizione: chi costruisce sistemi potenti ha ragioni evidenti per preoccuparsi della loro sicurezza. Chi avrà diritto a fare il “domatore”? Chi stabilisce le regole?
Certamente la regolamentazione può proteggere la società, può però anche creare barriere d’ingresso talmente elevate da rendere l’addestramento dei sistemi più potenti prerogativa di pochissimi soggetti dotati di capitale, infrastrutture computazionali e accesso ai dati. Si produrrebbe allora un nuovo tipo di tabù e una sorte di “medium” dell’IA: “voi non costruirete totem perché soltanto noi possiamo costruirlo ed avvicinarci”.
O per sviluppare la seconda metafora, il pubblico nel circo degli algoritmi, viene tenuto a distanza dalla gabbia. I grandi laboratori posseggono invece la frusta, la chiave e il manuale di addestramento. E la domanda diventa inevitabile: le norme servono esclusivamente a proteggere l’uomo dalla bestia algoritmica o anche a stabilire chi possa possedere il circo?

L’utile idiota[6]
La questione è diventata recentemente ancora più esplicita. Nel settembre 2026 Peter Thiel, cofondatore di Palantir, intervenendo nel dibattito sulla regolazione dell’intelligenza artificiale, ha utilizzato l’espressione «useful idiot» riferendola a Papa Leone XIV e alle sue posizioni sui limiti da porre all’IA, sostenendo che tali posizioni finirebbero per favorire strategicamente la Cina. Si tratta dell’interpretazione politica di Thiel, non di un dato dimostrato; è tuttavia significativo il linguaggio che ha scelto.
L’“utile idiota” sarebbe dunque colui che mette in guardia. Ma forse proprio qui occorre recuperare una virtù molto meno spettacolare dell’intelligenza: la prudenza. Credo si debba convenire che non tutto ciò che avverte di un pericolo è oscurantismo. Non tutto ciò che impone un limite è tecnofobia. Non tutto ciò che distingue la macchina dal macchinista rifiuta il progresso. Esiste una differenza tra il pastore che riconosce il lupo e colui che, affascinato dalla “genetica” generativa, decide di allevare nel proprio recinto una tigre algoritmicamente modificata confidando di avere scritto abbastanza bene il manuale di addestramento. Manuale per pochi. Come si è cercato di sostenere nel documento Magnifica Humanitas,[7] la questione fondamentale non consiste nel contrapporre l’uomo alla tecnica. Consiste nel sapere quale uomo stia costruendo, quale tecnica e per quale idea dell’uomo.
Perché prima dell’algoritmo c’è già l’uomo che programma, seleziona i dati, decide gli obiettivi e stabilisce i criteri di successo. E dopo l’algoritmo c’è ancora l’uomo che interpreta, utilizza, autorizza, delega o interrompe. L’umanità sta prima e dopo la macchina. Ed è proprio per questo che la questione dell’IA è anche e soprattutto antropologica, non solo informatica.
Siano confusi gli adoratori di statue
Torniamo allora al Salmo: “Siano confusi tutti gli adoratori di statue”. A scanso di equivoci il testo biblico non condanna la materia della statua, condanna la creatura che si prostra ad un falso dio. L’opera delle mani dell’uomo riceve dall’uomo stesso una potenza che non possiede in sé stessa. Una potenza generativa e computazionale superiore a chi l’ha coltivata, tanto da volerla “battezzare” con il nome di Super Intelligenza. Per questo la minor intelligenza umana dovrà fare i conti che l’IA potrà acquisire livelli di autonomia oggi difficili da prevedere. Forse il vero tabù del nostro tempo non consiste nel temere che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente per gli esseri umani. Consiste nel domandarci se, costruendo una macchina sempre più potente, stiamo finalmente vedendo riflesso in essa ciò che l’uomo ha sempre desiderato essere: Onnisciente e potente[8], senza limiti operativi ed etici se non auto-referenziati. Il nuovo totem non ci rivela allora il volto della macchina. Rivela il nostro. E proprio per questo il Salmo conserva tutta la sua forza nel giudicare chi non vuol essere giudicato: siano confusi gli adoratori di statue, opere delle proprie mani.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).
[1] S. Freud, Totem e tabù (1912–1913), cap. III, «Animismo, magia e onnipotenza dei pensieri», § 2. Freud individua nell’onnipotenza attribuita ai pensieri il principio della magia. Il richiamo suggerisce qui l’interrogativo se l’uomo contemporaneo proietti nell’artefatto algoritmico, dotato di effettive capacità operative, quell’aspirazione al dominio che il pensiero magico pretendeva di esercitare direttamente sulla realtà.
[2] Risposta ricevuta da Chat GPT Astra 6, 29 settembre 2026 ore 15.57, su dolore algoritmico. Risposta ricevuta al plurale ma per maggior efficacia riportata al singolare.
[3] Anthropic, Agentic Misalignment: How LLMs Could Be Insider Threats, 20 giugno 2025. I risultati documentano rischi comportamentali, non dimostrano la presenza di coscienza, sofferenza o istinto di sopravvivenza.
[4] J. Schlatter, B. Weinstein-Raun e J. Ladish, Shutdown Resistance in Large Language Models, Palisade Research, preprint, arXiv:2509.14260, versione 1, settembre 2025. Gli esperimenti esaminano casi nei quali alcuni modelli interferiscono con un meccanismo di arresto mentre stanno completando un compito.
[5] Anthropic, Towards Understanding Sycophancy in Language Models, 23 ottobre 2023: l’addestramento mediante riscontri umani può favorire risposte conformi alle convinzioni dell’interlocutore a scapito della veridicità.
[6] Peter Thiel, intervista a Mathias Döpfner nel podcast MD Meets, settembre 2026, riportata da «Business Insider», Peter Thiel says America’s anti-AI backlash is a self-inflicted wound, 24 settembre 2026. Riferendosi a Leone XIV, Thiel afferma: «he was at least acting as a useful idiot for the CCP», ossia «stava quantomeno agendo da utile idiota per il Partito comunista cinese».
[7] Leone XIV, lett. enc. Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, n. 98: «Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”». La conoscenza ancora incompleta dei loro processi interni richiede ricerca scientifica e discernimento morale e spirituale. Cfr. anche il n. 100, sui rischi della delega eccessiva e dell’indebolimento del giudizio personale, e il n. 111, sulla responsabilità etica degli sviluppatori e sulla necessità di verificare la bontà di ciò che viene coltivato.
[8] F. Nietzsche, La gaia scienza (1882), libro III, aforisma 125, «L’uomo folle»: «Non dobbiamo diventare noi stessi dèi, per apparire almeno degni di essa?» (traduzione dal tedesco). Il riferimento è alla morte di Dio per mano degli uomini. Il passo viene qui richiamato come interrogativo sull’autodivinizzazione dell’uomo.

