Le ricerche su Google per «AI watermark remover», strumenti che permettono di eliminare le marcature dai contenuti generati con l’intelligenza artificiale, sono aumentate del 60% in una sola settimana negli Stati Uniti, secondo Google Trends. In Italia si sono registrati alcuni picchi, soprattutto per i video. Il dato segnala una crescente attenzione verso strumenti capaci di intervenire sui contenuti già marcati.
Il fenomeno riapre il problema dell’efficacia dell’AI Act europeo, che impone ai fornitori di indicare i contenuti generati o manipolati dall’IA per renderne riconoscibile l’origine. Per chi non rispetta gli obblighi sono previste sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale. La norma, però, non vieta esplicitamente a soggetti terzi di rimuovere il watermark dopo la generazione del contenuto.
L’obbligo di trasparenza riguarda chi produce il contenuto, ma non impedisce necessariamente a chi lo riceve di cancellarne la marcatura. Esistono già strumenti gratuiti, alcuni disponibili su GitHub, che permettono di farlo con competenze tecniche limitate. Se la normativa non interverrà su questo passaggio, il watermark rischia quindi di diventare un’etichetta obbligatoria ma facilmente reversibile.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (21/08/2026).

