Mark Zuckerberg ha testimoniato in un tribunale di Los Angeles. Il CEO di Meta risponde alle accuse sulla dipendenza dei minori dai social network. Kaley G.M., una ventenne americana, ha promosso la causa contro Meta e Google. La giovane sostiene che gli algoritmi abbiano compromesso la sua salute mentale. I magistrati non analizzano i post degli utenti, ma si concentrano sulla progettazione delle app. L’accusa ipotizza che Instagram e YouTube utilizzino sistemi studiati per creare un uso compulsivo. Questo design favorirebbe l’insorgenza di ansia e depressione tra i giovanissimi.
L’amministratore delegato si è scusato davanti alla giuria per il fallimento dei filtri di Instagram. Lo strumento doveva bloccare gli under 13, ma ha mostrato gravi lacune. Zuckerberg ha ammesso che la società doveva agire con maggiore tempestività. Le sue parole confermano i timori già espressi internamente da alcuni collaboratori. I dodici giurati resteranno in aula fino a marzo per valutare le prove presentate. Dovranno stabilire se le aziende abbiano ignorato i rischi sanitari pur di aumentare i profitti derivanti dal tempo di permanenza online.
Il processo segna un momento decisivo per l’intera Silicon Valley. I giudici esaminano ora le funzioni di personalizzazione e i meccanismi di attrazione algoritmica. Una condanna creerebbe un precedente per migliaia di cause simili negli Stati Uniti. La sentenza chiarirà la responsabilità legale delle Big Tech verso le nuove generazioni. Il verdetto finale metterà alla prova un modello basato sulla massimizzazione della presenza digitale.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (08/01/2025).

