Un tribunale di Los Angeles ha ascoltato questa settimana le arringhe conclusive nel processo che vede Meta e Google accusate di aver progettato funzionalità (come scroll infinito, autoplay e notifiche continue) capaci di indurre dipendenza negli utenti più giovani. L’accusa paragona il caso ai processi contro l’industria del tabacco degli anni Novanta. Le aziende negano e affermano di puntare a un’esperienza sicura e controllata.
Testimonianze e documenti interni indicano tuttavia che le aziende erano consapevoli degli effetti sul comportamento dei meccanismi alla base delle strategie di engagement. Un ex dirigente Meta ha descritto questi strumenti come meccanismi pensati per innescare una ricompensa dopaminica senza interruzione, mentre email interne mostrano dipendenti che paragonavano esplicitamente Instagram a una droga.
Gli esperti precisano che la dipendenza da social media non è equiparabile a quella da nicotina o cocaina e che nella maggior parte dei casi si parla di uso compulsivo o problematico, non di patologia clinica. La giuria è ora in camera di consiglio. Il verdetto potrebbe stabilire nuovi standard di responsabilità legale per il design delle piattaforme digitali.
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Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (18/05/2025).

