L’era dei social media, intesi come piattaforme che favoriscono la connessione interpersonale, sta cedendo il passo a un nuovo paradigma, quello dell’“anti‑social‑media”, ovvero tecnologie virtuali che facilitano non tanto l’interazione umana quanto la relazione con sistemi di intelligenza artificiale. Infatti, nonostante miliardi di persone utilizzino giornalmente prodotti come quelli di Meta Platforms, la promessa di una maggiore socialità non si è realizzata appieno, anzi. La socializzazione reale, in presenza fisica, è in declino.
Le aziende tecnologiche stanno sfruttando questo vuoto comunicativo per proporre l’uso dei loro chatbot e avatar generativi come soluzione per colmarlo. Zuckerberg stesso ha ipotizzato che queste IA personali potrebbero ricoprire ruoli simili a “terapeuti” o “partner virtuali”. Questi sistemi apprendono dall’utente, accumulano “memorie”, assumendo personalità e promettendo un’interazione continua, senza i tipici ostacoli che caratterizzano le relazioni umane.
Tuttavia, i chatbot non sono «veri» amici o interlocutori umani. Non ci sarà mai quella richiesta di aiuto reciproca, quel confronto, quella possibilità di fallimento o di disagio che è intrinseca ai rapporti reali e che contribuisce a renderli “profondi”. Inoltre, tali sistemi sono progettati (anche da un punto di vista economico) per trattenere l’utente e generare engagement, più che per promuovere benessere sociale o crescita.
I bambini e gli adolescenti che crescono con avatar e AI companion rischiano di perdere opportunità cruciali di sviluppo sociale, di resilienza e di apprendimento delle relazioni umane.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (04/12/2024).

