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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

AI femminista: riscrivere il codice del potere fuori o dentro le piattaforme dominanti?

IA Femminista

All’inizio del 2026, un articolo pubblicato su El País, dal titolo “The feminist AI movement growing in Latin America” di Silvina Molina, racconta come in America Latina stia crescendo un movimento di intelligenza artificiale femminista. Non un laboratorio isolato, non una dichiarazione simbolica, ma un ecosistema di progetti che, partendo dalla convinzione che l’AI non sia neutrale, ne costruiscono una versione femminista.

Come più volte ripetiamo, l’AI si basa su dati raccolti in società diseguali, da team tecnici spesso omogenei, in base a priorità economiche precise. Se la tecnologia è uno specchio, riflette ciò che le mettiamo davanti. E se davanti c’è un mondo attraversato da disuguaglianze di genere, etnia e classe, quello specchio non sarà limpido.

Il movimento femminista latinoamericano ha deciso di non limitarsi a denunciare questa disparità, ma ha iniziato a riscrivere il codice.


L’ecosistema di progetti

Nell’articolo vengono citate diverse iniziative.

AymurAI (Argentina) è un software open source che raccoglie e rende pubblici dati anonimizzati sulle violenze di genere, aumentando trasparenza e accesso alla giustizia.
SofIA e Arvage AI sono strumenti legali che applicano una prospettiva di genere all’analisi normativa e ai dati, aiutando a identificare bias e offrire alternative più inclusive.
Nhandeflix (Brasile) è una piattaforma di intranet che preserva e diffonde la cultura, lingua e conoscenza Guarani con strumenti digitali comunitari.
QuitérIA è un’AI che monitora proposte legislative brasiliane su diritti di donne, bambini e persone LGBTQIA+.
Sof+IA e OlimpIA (Cile e regioni vicine) sono sistemi di ascolto e supporto per vittime di violenza digitale, sviluppati da sopravvissute.
Questi progetti non si limitano a correggere i dati ma ripensano chi controlla la tecnologia, come la AI può servire comunità storicamente marginalizzate e quali finalità sociali realmente supporta.

AfrofeminasGPT

Un altro esperimento è AfroféminasGPT, alimentato da testi del pensiero nero e afrofemminista, di autrici e autori che mettono al centro il razzismo strutturale che caratterizza i modelli dei sistemi tradizionali.

Antoinette Torres Soler, 50 anni, una donna nera e migrante, attivista e filosofa cubana trapiantata a Saragozza, nel 2013 fonda Afrofeminas, una piattaforma che dà voce alle identità nere, combatte il razzismo e prova a tessere intrecci tra nord e sud del mondo. Successivamente, con l’avvento dell’AI, si è concentrata sulla cura di una versione di ChatGPT basata esclusivamente su testi di autrici del pensiero afroamericano e decoloniale come Bell Hooks, Angela Davis, Frantz Fanon, Stuart Hall e Octavia E. Butler.

Il risultato è un luogo in cui le icone del Nord del mondo coesistono su un piano di parità con le pensatrici del Sud. Chimamanda Ngozi Adichie (Nigeria), Victoria Santa Cruz (Perù) e Yuderkys Espinosa Miñoso (Repubblica Dominicana) condividono lo stesso spazio.

Si tratta di una strada assolutamente da perseguire in corrispondenza alla tendenza tecnologica strategica di costruire modelli ritagliati su contesti specifici.

Una rete globale che cresce

Il fermento latinoamericano non è isolato. In molte parti del mondo sono nati già diversi anni fa movimenti che intrecciano tecnologia e giustizia di genere.

Organizzazioni come Women in Data Science lavorano per aumentare la presenza femminile nel campo dei dati e dell’AI, affrontando una delle radici del problema: chi progetta gli algoritmi.

Altri collettivi, come Feminist AI, promuovono spazi di co-creazione tecnologica per comunità BIPOC (Black, Indigenous, and People of Color), LGBTQIA+ e persone non binarie, mettendo in discussione la cultura dominante della Silicon Valley e proponendo modelli collaborativi.

Women in AI è una rete globale che sostiene e valorizza le donne nel campo dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di creare opportunità, favorire la condivisione di competenze e costruire una comunità internazionale in cui donne provenienti da contesti differenti possano crescere e guidare il settore dell’AI con un approccio etico.

Si tratta solo di alcune fra le numerose iniziative in campo, che, pur caratterizzandosi in modo talvolta molto diverso, anche perché non esiste un unico femminismo, hanno in comune l’idea di trasformare con l’introduzione dell’ottica di genere l’AI stessa.

L’occasione di ripensare il futuro digitale

Se l’intelligenza artificiale è destinata a permeare sanità, giustizia, lavoro e istruzione, allora il modo in cui viene progettata diventa una questione democratica.

Il movimento femminista per l’AI ci ricorda che innovazione non significa solo efficienza. Può significare ascolto delle periferie, attenzione alle conseguenze sociali, affrontare il paradosso dei dati femministi: donne, migranti, comunità razzializzate tendono ad essere sovrasorvegliate nel capitalismo della sorveglianza, ma contemporaneamente sono sottorappresentate.

Non si tratta quindi solo di aggiungere dati, ma ripensare chi raccoglie i dati, per quale scopo e con quale dinamica di potere.

Un’AI femminista cambia le domande, non solo i dataset.
È un modo di costruire tecnologia che promuove diritti, equità e partecipazione democratica.

Forse la vera rivoluzione non è costruire macchine più intelligenti, ma comunità tecnologiche più consapevoli. In questo passaggio, l’algoritmo smette di essere una scatola nera e diventa un terreno di confronto pubblico.

Con AfroféminasGPT emerge però un nodo profondamente politico, prima ancora che tecnico: la costruzione di un modello critico, femminista e decoloniale può avvenire utilizzando infrastrutture proprietarie sviluppate da grandi piattaforme globali?

Da un lato, questa scelta può essere letta come una strategia da cavallo di Troia: entrare negli ecosistemi dominanti per piegarli a fini emancipatori, usare le stesse architetture per diffondere contro-narrazioni, rendere visibili saperi marginalizzati e intervenire sui bias dall’interno.

Dall’altro lato, il rischio è evidente. Le piattaforme non sono semplici strumenti neutri: definiscono regole di accesso, limiti tecnici, modelli economici e cornici etiche. Dipendere da esse significa accettare una quota di eteronomia strutturale. L’autonomia può risultare fragile se l’infrastruttura resta nelle mani di attori che operano secondo logiche di mercato e governance opache.

L’AI femminista può permettersi di restare fuori dalle grandi infrastrutture digitali, o deve abitarle strategicamente, pur consapevole delle tensioni che questo comporta? La scelta di AfroféminasGPT mi sembra quella in questo momento più condivisibile e con un impatto effettivo.

https://english.elpais.com/technology/2026-01-05/the-feminist-ai-movement-growing-in-latin-america.html
https://afrofeminas.com/
https://www.widsworldwide.org/
https://www.feminist.ai/
https://www.womeninai.co/

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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