Spotify sta trasformando profondamente la musica contemporanea, riducendo la profondità emotiva delle canzoni come evidenziato nel libro Mood Machine di Liz Pelly. La piattaforma, attraverso le sue playlist algoritmiche, sta favorendo sempre di più lo sviluppo dello “Spotifycore“, un genere musicale emerso nel 2018 caratterizzato da suoni deboli, ritmi lenti e toni malinconici.
Questo stile musicale è volutamente neutro e inoffensivo, creato per “calmare” gli ascoltatori piuttosto che stimolare emozioni intense o offrire quella risposta di escapismo che la musica è sempre stata in grado di fornire. Spotify incoraggia attivamente questo approccio per due ragioni principali: è il modo più redditizio per gli artisti sulla piattaforma e, al contempo, soddisfa le esigenze degli utenti moderni, ossia persone ansiose e sovraccariche dal lavoro quotidiano che vanno costantemente in cerca di momenti rilassanti.
Le politiche della piattaforma hanno modificato strutturalmente le canzoni: ad esempio, la regola di non retribuire alcuna royalty per ascolti inferiori a 30 secondi ha eliminato le introduzioni lente nelle nuove produzioni, mentre la preferenza per i suoni più deboli ha contribuito al declino della musica suonata con la chitarra e dei brani con temi socio-politici, considerati, ormai, poco attraenti per l’utente medio.
Nonostante la comodità di avere un “jukebox quasi infinito” sempre disponibile, questa standardizzazione genera un crescente disagio etico. Ma i pericoli non si fermano qui: la situazione, infatti, rischia di peggiorare ulteriormente con l’avvento dell’IA, che può facilmente replicare questi tratti musicali standardizzati, portando a una produzione sempre più omologata e priva dell’autenticità emotiva di un tempo.
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Immagine generata tramite DALL-E.

