Dimentica Paolo Fox che gesticola davanti alle grafiche Rai, dimentica l’astrologia intellettuale di Brezny su Internazionale e pure le perle mistiche di Branko. Anzi, dimentica soprattutto quello che ti ha sussurrato la tua crush al primo appuntamento quando, dopo aver confessato di essere Sagittario, ti ha guardato come se fossi un criminale di guerra sentenziando: “Beh, sei una red flag ambulante”. Il tribunale del destino si è trasferito ufficialmente su una riga di comando. Se vuoi sapere se il tuo stage sottopagato ha una data di scadenza o se quel ghosting era scritto nel cielo di gennaio, non fissi più il soffitto ma interroghi il silicio. Abbiamo preso il misticismo, l’abbiamo shakerato con i big data ed ecco servito in tavola il Saju AI, la reinterpretazione tech della divinazione coreana che ormai domina i trend di Seul. Non è folklore per nostalgici, ma un rebranding della speranza: l’80% dei giovani oggi vede nei pianeti una bussola psicologica più leggibile di un talk show politico.
Il capitalismo astrale
Questa fame di risposte ha trasformato il karma in un asset finanziario da capogiro. Il mercato delle app astrologiche sta, infatti, marciando verso una valutazione di 22,8 miliardi di dollari entro il 2031, secondo i report di Allied Market Research. Non è un caso se colossi come Co-Star hanno costruito imperi basandosi sulla “verità brutale” delle loro notifiche push, o se startup come Nebula incassano centinaia di migliaia di dollari ogni mese promettendo di decrittare il caos quotidiano. Anche il mondo del venture capital ha smesso di ridere e ha iniziato a investire pesantemente nel settore. L’astrologia digitale è considerata il nuovo “wellness mentale”, una utility scalabile che trasforma i transiti di Saturno in abbonamenti premium.
Validazione algoritmica VS vuoto cosmico
Ma perché affidiamo i nostri segreti a un software invece che a un professionista in carne e ossa? La risposta è nel comfort di un’interfaccia che non dorme mai. In un’era dominata dal precariato esistenziale, dall’ansia climatica e dall’individualismo postmoderno sfrenato, ChatGPT è diventato il nostro tutto tascabile e low-cost. Il bot non ti giudica se gli chiedi consigli alle tre di notte dopo il terzo Gin Tonic, anzi, ti offre una validazione emotiva che la logica fredda non riesce più a garantire. Per oltre il 70% degli under 35, un responso generato dall’AI ha più peso della scienza tradizionale quando c’è di mezzo il cuore. Cerchiamo un “senso” preconfezionato, e l’IA è bravissima a scriverne uno su misura, simulando un’empatia che, per quanto artificiale, ci basta per spegnere il cervello e dormire sereni… anche se forse il merito era dei Gin Tonic.
L’ineludibile problema dei dati
Tuttavia, dietro la voglia di sapere se Mercurio retrogrado fara ritornare quell’ex a cui pensiamo, il prezzo da pagare è più alto di un abbonamento mensile. Consegnare data, ora e luogo di nascita a un server significa regalare la “chiave” della propria identità ad algoritmi proprietari che usano la nostra fragilità come carburante per i dati. C’è poi da sottolineare il paradosso delle “allucinazioni” dell’IA. Il sistema può inventarsi una congiunzione astrale pur di assecondare il tuo bisogno di sentirti speciale. Eppure, anche stavolta, la dipendenza dal codice rivela qualcosa su noi come società: il caos non è più un valore aggiunto ma è diventato qualcosa da cui metteri al riparo in qualsiasi modo. Almeno per voi, io da buon Leone sono già troppo impegnata ad essere il centro del mio universo per chiedere ad un algoritmo se domani sarò favolosa.
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