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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Babele o Pentecoste? L’Intelligenza Artificiale come sfida antropologica e teologica alla luce dell’enciclica ‘Magnifica humanitas’ di papa Leone XIV

Magnifica humanitas

Introduzione

Il 25 maggio 2026, nell’aula del Sinodo in Vaticano, Papa Leone XIV ha presentato di persona la sua prima enciclica. È già un gesto senza precedenti: nessun pontefice in epoca recente aveva partecipato in prima persona alla presentazione di un proprio documento. Leone XIV è stato eletto Papa l’8 maggio 2025. Fin dal primo discorso ai cardinali, due giorni dopo l’elezione, dichiarò le ragioni della scelta del nome: Leone XIII, con la Rerum Novarum, aveva affrontato la questione sociale nel contesto della prima ‘rivoluzione industriale’; Leone XIV ha inteso fare lo stesso con la ‘rivoluzione digitale’ e l’Intelligenza Artificiale.[1] Il programma fu chiaro da subito. Nei mesi successivi Paolo Benanti con un intenso lavoro ha preso parte alla preparazione dell’enciclica.[2] L’incipit dell’enciclica evoca il mito della torre di Babele. L’immagine biblica attraversa l’intero documento come filo rosso, contrapposta all’immagine positiva di Gerusalemme, ricostruita mattone su mattone con la partecipazione di tutto il popolo che ha nella Pentecoste una tappa fondamentale, perché si colloca in tensione generativa con la crisi babelica.[3]

È la prima frase del testo a colpire: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». La metafora babelica non è un ornamento retorico. È l’architrave concettuale dell’intera Magnifica humanitas,[4] la lettera enciclica sulla ‘custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale’. Il documento, firmato il 15 maggio – centotrentacinque anni esatti dopo la Rerum Novarum di Leone XIII – costruisce attorno a quella immagine biblica il proprio giudizio sul rischio che l’IA diventi strumento di dominio, uniformità e autosufficienza morale. Leone XIV arriva persino a coniare il sintagma «sindrome di Babele» per descrivere la patologia spirituale e politica dell’epoca digitale (MH n. 10). Con questa locuzione sgombra la semantica dell’IA da ogni tentativo di antropomorfizzazione o di riduzionismo antropologico, che ha colonizzato anche alcune declinazioni del pensiero sedicente cattolico, che accosta il digitale alla trascendenza. La “sindrome di Babele” scoraggia ogni tentativo di dare consistenza metafisica, filosofica e teologica alla ‘rivoluzione digitale’. L’homo technologicus non è il precursore dell’homo spiritualis, non c’è una reincarnazione digitale, né esiste un paradiso digitale, gli agenti digitali non hanno coscienza umana, non peccano, perché papa Leone ci ricorda che l’IA è un ‘artefatto tecnico’ progettato da persone umane  (homo Sapiens) (MH n. 104). L’IA, quando è governata da logiche di ottimizzazione indiscriminata, rischia di trattare la persona umana come «materiale da perfezionare o da oltrepassare», rendendo «alcune persone meno utili, meno desiderabili, meno degne» (MH n.117).

1. La ‘sindrome di Babele’

Nel febbraio 2024 ho pubblicato per i tipi de La Valle del Tempo un saggio dal titolo Intelligenza Artificiale. Un punto di vista teologico. Il libro analizzava le implicazioni teologiche, antropologiche, filosofiche e sociologiche dell’universo digitale e della cosiddetta «pseudo-intelligenza artificiale». È un lavoro ampio, che attraversa bioetica, filosofia del linguaggio, diritto e critica sociale. Forse il mio contributo più originale fu quello che riporto integralmente:

«Inoltre, un’IA, asservita alle élites transumaniste, rivela la sua forte somiglianza con il progetto babelico: “Facciamoci un nome per non essere dispersi su tutta la terra” (Gen 11,4). Esso, infatti, esprime la volontà imperialista di un unico popolo/Big Tech, che impone la monoglossia (una sola lingua/un’intelligenza collettiva) come progetto di “urbanizzazione cognitiva universale”, che nell’intentio auctoris del testo trova la sua concretizzazione nella città di Babilonia. Baèl significa “porta di Dio”: il sostantivo deriva dal verbo bālal, “mescolare”, “confondere”/“disinformare”. Baèl è l’icona del dominio di “un solo popolo”(Big Tech), dell’omologazione (“un solo linguaggio”/“razionalità implacabile delle macchine”), dell’uniformità, della massificazione, del conformismo, del monopolio, che comprime e sopprime le identità, le diversità, la legittima pluralità, la poliglossia, la eteroglossia. Baèl è il capitalismo dell’abuso dell’ informazione/ disinformazione dell’uomo planetario, il crypto algoritmo del pluriverso[5] che profila gli utenti per governarli in tutte le loro attività umane, il miraggio cognitivo della ‘pseudo-intelligenza artificiale’ delle classi egemoni, il totem rassicurante delle masse omologate dal pensiero unico dei data scientist, il dio a cui l’uomo della religione del Tecnocene offre il granello d’incenso».[6]

L’evocazione del mito biblico babelico rappresentava una calzante interpretazione del paradigma della condizione umana nell’era dell’IA: le Big Tech minacciano di creare una «urbanizzazione cognitiva universale», un progetto di omologazione globale dei modi di pensare, informarsi e relazionarsi, del tutto analogo alla torre che l’umanità biblica volle innalzare fino al cielo. La metafora si estese alla critica dell’«algocrazia» – la governance degli algoritmi – come forma inedita di potere che sfugge al controllo democratico e minaccia la libertà individuale.

Ciò che suggerisce questo contributo non è solo la metafora in sé – la narrazione mitologica di Babele è nella cultura occidentale da tremila anni – ma la sua applicazione sistematica e argomentata al fenomeno specifico dell’IA, in chiave esplicitamente teologica e all’interno di un saggio organico. Nel saggio non citai precedenti sull’uso di questa metafora in relazione all’IA: non perché trascurai la letteratura, ma perché, nel panorama teologico italiano, quella elaborazione non aveva probabilmente ancora trovato voce.

Babele è la figura dell’omologazione tecnica, della monoglossia, del controllo cognitivo, della pretesa autosufficienza dell’uomo, che rischia di costruire un pericoloso auto-teismo. Nella rivelazione biblica a Babele è contrapposta la Pentecoste. Con ciò non intendiamo affermare che il digitale sia una nuova Pentecoste, né tantomeno attribuiamo alla tecnica ciò che appartiene allo Spirito Santo. Il digitale resta uno strumento umano, non un principio spirituale di comunione. La Pentecoste, tuttavia, ci offe un criterio di discernimento: la vera comunione non elimina le differenze, non impone una lingua unica (monoglossia), non uniforma le coscienze, ma rende possibile l’incontro nella pluralità. Nessuna sacralizzazione del digitale. L’IA va giudicata alla luce della tensione tra Babele e Pentecoste. La prima iconizza il rischio dell’omologazione, la seconda rappresenta l’esigenza di custodire pluralità, responsabilità, ascolto e relazione autentica.

2. ‘Governance’ dell’IA e dottrina sociale

La proposta di Leone XIV non si ferma alla diagnosi teologica, ma si traduce in un sistema articolato di principi normativi per la governance dell’IA, desunti dalla dottrina sociale della Chiesa e riattualizzati nel contesto digitale. Il primo principio è il bene comune, definito come «forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno» (MH n. 59). In relazione all’IA, il bene comune esige che le tecnologie siano sviluppate non a beneficio esclusivo di chi le controlla, ma a vantaggio di tutta l’umanità. In particolare, «qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale» (MH n. 117), e lo stesso principio si estende alle nuove forme di colonialismo digitale, in cui le informazioni vitali – sui dati sanitari, demografici, comportamentali – vengono estratte e commercializzate come «nuove terre rare del potere» (MH n. 2).

Il secondo principio è la destinazione universale dei beni. Leone XIV insiste che le tecnologie non si concentrino nelle mani di pochi, alimentando la disparità tra gli inclusi e gli esclusi. In termini pentecostali: il dono dello Spirito non è monopolizzabile; così anche il dono dell’intelligenza computazionale, che è frutto del lavoro collettivo dell’umanità, non può diventare patrimonio esclusivo di alcune aziende transnazionali.

Il terzo principio è la sussidiarietà: le decisioni sull’IA devono avvenire al livello più vicino possibile alle comunità che ne subiscono le conseguenze, con «partecipazione reale delle comunità alle scelte che le riguardano» e «trasparenza degli algoritmi». Questo principio è l’equivalente strutturale della Pentecoste: non una comunicazione verticale e unidirezionale, ma una circolazione dello Spirito che raggiunge ciascuno nella propria particolarità e chiama ciascuno alla propria responsabilità.

Il quarto principio è la solidarietà, che si traduce nell’attenzione preferenziale alle «pietre scartate» — i poveri, i malati, i migranti, i piccoli — che la logica dell’ottimizzazione tecnocratica tende a escludere. L’enciclica denuncia con forza le «nuove schiavitù» nascoste nel mondo digitale: «sfruttamento di lavoratori invisibili, bambini nelle miniere, vittime di tratta controllate attraverso strumenti tecnologici». La solidarietà esige che queste «pietre scartate» diventino «pietra angolare» di un progetto alternativo: non la torre di Babele, ma la Gerusalemme ricostruita.

Il quinto principio è la giustizia sociale, che nella prospettiva dell’enciclica implica il diritto al lavoro dignitoso, la riqualificazione dei lavoratori colpiti dall’automazione, la partecipazione ai processi decisionali sulle innovazioni tecnologiche. L’IA non può essere giudicata eticamente solo dalla sua efficienza produttiva, ma anche dal tipo di società che contribuisce a costruire.

3. Educazione, libertà e verità: custodire il fuoco pentecostale

Uno degli aspetti più originali della Magnifica Humanitas è l’attenzione al nesso tra IA e educazione. Leone XIV avverte che l’IA rischia di spegnere «il desiderio di fare domande» nelle nuove generazioni, «rendendo inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (MH n. 140). Contro questa deriva, l’enciclica propone una «igiene dell’attenzione»: silenzio, studio approfondito, lettura e confronto ponderato.

La scuola è definita «il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona» (MH n. 143). In chiave pentecostale, si tratta di custodire il «fuoco» dello Spirito – la capacità di meravigliarsi, di interrogarsi, di cercare – contro la glaciazione algoritmica – la cieca razionalità delle macchine – che sostituisce la ricerca con la risposta preconfezionata ed eterodiretta. L’educazione non deve limitarsi a insegnare a usare l’IA, ma deve «aiutare a discernere quando usarla, come usarla e quando non usarla» (MH n.140).

La questione della verità epistemica è strettamente connessa a quella della libertà. L’enciclica denuncia i «modelli di business basati sulla dipendenza, la raccolta massiva di dati, la sorveglianza e la profilazione» come minacce alla «libertà interiore e sociale» (MH n. 171). Babele è anche una metafora della manipolazione informativa: quando un’unica piattaforma controlla il flusso dell’informazione e orienta l’attenzione collettiva, la pluralità delle voci – condizione della Pentecoste – viene soffocata. L’enciclica chiede pertanto una «ecologia della comunicazione» basata sulla verità, la trasparenza e il pluralismo.

La libertà umana – altra dimensione dell’imago Dei – è la posta in gioco fondamentale. Un’IA che sostituisce il giudizio umano, che prende decisioni sui destini delle persone senza possibilità di appello o di comprensione, non libera l’uomo ma lo aliena. La Pentecoste, al contrario, non sopprime la libertà dei destinatari: lo Spirito abilita gli apostoli a parlare, ma non parla al posto loro. Un’IA orientata al modello pentecostale potenzia le capacità umane senza sostituire la responsabilità umana.

Conclusione: verso una tecnologia pentecostale

La questione che il testo pone – Babele o Pentecoste? – non è una domanda retorica, né una semplice metafora omiletica. È una scelta antropologica e teologica che ogni generazione è chiamata a compiere, e che la nostra epoca affronta nella forma inedita e radicale dell’IA. L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV offre a questa scelta una cornice dottrinale chiara. La «sindrome di Babele» non descrive semplicemente i rischi tecnici dell’IA – bias algoritmici, concentrazione del potere, sorveglianza di massa – ma la patologia spirituale che li genera: la pretesa dell’uomo di costruire, attraverso la tecnica, un ordine autosufficiente, sottratto alla trascendenza e alla responsabilità verso l’altro. Un ordine che uniforma invece di incontrare, che classifica invece di riconoscere, che ottimizza invece di custodire.

La Pentecoste, contrapposta a Babele non per negazione ma per tensione generativa, suggerisce un criterio di discernimento che non sacralizza il digitale, ma ne misura le potenzialità e i limiti alla luce di ciò che è autenticamente umano: la pluralità delle voci, la libertà della coscienza, la responsabilità personale, la cura delle «pietre scartate». Non una tecnologia dello Spirito, ma una tecnologia discernita dallo Spirito – governata, cioè, dai principi che lo Spirito ispira: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia.

In questo orizzonte, l’educazione diventa il terreno decisivo. Custodire il «fuoco pentecostale» del pensiero critico, della meraviglia, del desiderio di verità significa resistere alla «glaciazione algoritmica», che trasforma gli studenti in consumatori di risposte preconfezionate. La scuola, la famiglia, la comunità ecclesiale sono chiamate a essere luoghi in cui l’IA non è né idolatrata né demonizzata, ma interrogata: quando usarla, come usarla, quando non usarla.

La sfida, dunque, non è tecnologica ma antropologica: riguarda l’immagine di uomo che vogliamo custodire e trasmettere. Magnifica Humanitas – nella magnificenza di quella umanità creata a immagine di Dio – è il criterio ultimo con cui giudicare ogni artefatto tecnico, ogni algoritmo, ogni architettura di dati. Non l’efficienza, non la scalabilità, non il profitto: la dignità irriducibile di ogni persona, incluse quelle che la logica dell’ ottimizzazione vorrebbe rendere «meno utili, meno desiderabili, meno degne». Babele vuole costruire una torre che tocchi il cielo per omologare (monoglossia) l’umanità. La Pentecoste porta il cielo (Spirito) dentro la storia, nella molteplicità delle lingue e dei volti per pluralizzarla (poliglossia). La vera sfida dell’IA è decidere quale direzione imboccare: verso il totem, nella solitudine orgogliosa della torre, o verso l’altro, nella fatica feconda dell’incontro.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).


[1] D’ora in avanti abbrevieremo il sintagma Intelligenza Artificiale con la sigla IA.

[2] Paolo Benanti è stato parte attiva di questo processo: partecipò al seminario vaticano «Potenzialità e sfide dell’Intelligenza Artificiale» nel marzo 2026, organizzato dalla Segreteria per l’Economia; commentò pubblicamente il documento prima ancora della sua pubblicazione; firmò il commento ufficiale all’Enciclica pubblicato dall’editrice AVE; venne citato da più parti come uno dei referenti intellettuali del testo. Il 15 maggio 2026, Leone XIV ha firmato Magnifica humanitas.

[3] In merito cf. N. DI BIANCO, Il mito di Babele nell’Enciclica “Magnifica humanitas”, in MagIA magazine di Intelligenza Artificiale: https://magia.news/il-mito-di-babele-nellenciclica-magnifica-humanitas/ [ultimo accesso 9.6.2026].

[4] D’ora in avanti abbrevieremo l’enciclica Magnifica Humanitas con la sigla MH.

[5] Il pluriverso è l’universo che, dopo Galilei, è aperto e molteplice in quanto distinto da quello concepito in modo aristotelico e tolemaico. Il lessema ha origini nella cosmologia e applicato come metafora al cyberspazio indica i diversi mondi che si determinano nell’universo digitale.

[6] Cf. N. DI BIANCO, Intelligenza Artificiale. Un punto di vista teologico, Edizione La Valle del Tempo, Napoli 45.

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