Introduzione
Nel 2024 ho pubblicato un breve saggio dal titolo Intelligenza Artificiale. Un punto di vista teologico per dare un’interpretazione biblico-teologica alla ‘quarta rivoluzione industriale’ che ha preso le mosse dalla ‘rivoluzione digitale’. Mi sembrò subito evidente che la cifra biblica che meglio descrivesse il nuovo scenario planetario fosse il mito di Babele. Richiamo, perciò, quanto scrissi: “un’Intelligenza Artificiale,[1] asservita alle élites transumaniste, rivela la sua forte somiglianza con il progetto babelico: «Facciamoci un nome per non essere dispersi su tutta la terra» (Gen 11,4). Esso, infatti, esprime la volontà imperialista di un unico popolo/Big Tech, che impone la monoglossia (una sola lingua/un’intelligenza collettiva) come progetto di “urbanizzazione cognitiva universale”, che nell’intentio auctoris del testo trova la sua concretizzazione nella città di Babilonia. Baḅèl significa “porta di Dio”: il sostantivo deriva dal verbo bālal, “mescolare”, “confondere”/“disinformare”. Baḅèl è l’icona del dominio di “un solo popolo”(Big Tech), dell’omologazione (“un solo linguaggio”/“razionalità implacabile delle macchine”), dell’uniformità, della massificazione, del conformismo, del monopolio, che comprime e sopprime le identità, le diversità, la legittima pluralità, la poliglossia, la eteroglossia. Baḅèl è il capitalismo dell’abuso dell’informazione/ disinformazione dell’uomo planetario, il crypto algoritmo del pluriverso che profila gli utenti per governarli in tutte le loro attività umane, il miraggio cognitivo della ‘pseudo-intelligenza artificiale’ delle classi egemoni, il totem rassicurante delle masse omologate dal pensiero unico dei data scientist, il dio a cui l’uomo della religione del Tecnocene offre il granello d’incenso”.[2]
L’immagine biblica del mito di Babele (Gen 11, 1-9), infatti, interpretava il nuovo paradigma tecnologico, determinato dal largo uso di algoritmi di IA e descriveva quanto l’umanità viveva su scala planetaria. La recente Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas[3] ha confermato la giustezza di quella intuizione, perché ha ripreso e sviluppato in diversi punti l’immagine babelica. Essa, infatti, come mostrerò nel seguito attraversa come un fil rouge l’intero documento.
Il mito babelico nell’Enciclica ‘Magnifica Humanitas’
L’immagine del mito babelico con la costruzione della torre è evocata dal Papa fin dall’incipit dell’Enciclica. Egli afferma: “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele[4] o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (MH n. 1), indicando che la rivoluzione digitale con i suoi algoritmi di IA rappresenta una sfida per l’intera umanità.
Papa Leone afferma:
“nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a sé stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione.[5] Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio” (MH n.7).[6]
In merito occorre osservare che quando un utente di un software di ‘pseudo intelligenza artificiale’ interroga l’algoritmo lo stesso si comporta come un “pappagallo stocastico (probabilistico)”, restituendo come output una verbalizzazione che riflette il pensiero unico delle classi egemoni. Infatti, gran parte dei Big Data su cui si applicano gli algoritmi delle Big Tech sono raccolti, archiviati e detenuti nella Silicon Valley.[7]

Più avanti rileva: “Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna” (MH n. 9). Con ciò si vuole richiamare che il progresso tecnologico non è in discussione, ma va assicurata una governance per prevenire usi deviati, diseducativi o distruttivi (cf. usi bellici dell’IA) e incentivare gli sforzi per accrescere la convivenza fraterna.
Inoltre, egli esorta:
“Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico” (MH n.10).
Il progetto algoritmico delle Big Tech se non governato rischia di tradursi nella ‘sindrome di Babele’, che imponendo la datacrazia e l’algocrazia, disumanizza e schiavizza i deboli, elidendo le differenze e imponendo la dittatura del capitalismo della sorveglianza universale. Il mito babelico ritorna in chiave antropologica con due locuzioni esortative di provenienza ingegneristica: “architetti di Babele” e “cantiere dell’ennesima Babele”:
“questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare” (MH n. 16).
Papa Leone intende custodire la persona umana e dichiara esplicitamente che l’immagine biblica babelica sostiene l’impianto dell’intera enciclica: “l’immagine biblica che accompagna queste pagine è quella di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare (cfr Gen 11,1-9)” (MH n. 90). Per converso, ad essa si oppone l’immagine della ricostruzione di Gerusalemme: “dall’altro le rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa (cfr Ne 2-6))” (MH n. 90). Per Papa Leone la vera sfida è tra l’umanesimo cristiano e i transumanesimi o post umanesimi babelici:
“Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana” (MH n. 129). Si confrontano qui i due amori: quello di Dio e del prossimo, da un lato, e quello egoistico di sé, dall’altro. (“Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi” (MH n. 130).
Il conflitto ritorna più avanti nel capitolo quinto quando si oppongono la cultura della potenza e la civiltà dell’amore: “in questo capitolo intendo, dunque, confrontare due logiche opposte, che ho già evocato con immagini bibliche: da un lato, la tentazione di costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio; dall’altro, la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune” (MH n. 184).
La cultura della potenza è successivamente esplicitata quando afferma: “Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali” (MH n. 185).
Conclusione
Il mito di Babele, riletto alla luce della ‘rivoluzione digitale’ contemporanea, si rivela una chiave interpretativa potente per comprendere le tensioni che attraversano il tempo dell’intelligenza artificiale. L’immagine biblica della torre non descrive soltanto un antico progetto di urbanizzazione accentratrice che impone una monoetnia e una monoglossia, ma diventa figura simbolica ricorrente di ogni tentativo storico di unificare il mondo attraverso un’unica lingua, un unico sistema e una sola razionalità, un progetto di “urbanizzazione cognitiva universale”, sacrificando la pluralità delle voci e delle identità.
In questa prospettiva, l’attuale sviluppo delle tecnologie algoritmiche può essere letto come una nuova soglia critica della storia umana: non tanto per la tecnica in sé, quanto per l’uso che ne viene fatto e per l’antropologia riduzionistica che la sostiene. La sfida non è dunque tra progresso e rifiuto della tecnica, ma tra due modelli di civiltà: da un lato una logica di accentramento, controllo e omologazione che tende a ridurre l’umano a dato o a prodotto probabilistico-statistico; dall’altro una visione personalistica, relazionale e comunitaria che riconosce nella diversità, nella responsabilità condivisa e nella trascendenza i fondamenti di una autentica convivenza.
La contrapposizione tra Babele e Gerusalemme, evocata nel testo, non va intesa come semplice opposizione tra distruzione e salvezza, ma come tensione permanente che attraversa ogni costruzione umana. Ogni epoca è chiamata a scegliere se edificare sistemi che assolutizzano il potere e dissolvono le differenze, oppure percorsi che custodiscono la dignità della persona e promuovono la comunione senza cancellare la pluralità.

In questo senso, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali non sono destinate inevitabilmente a riprodurre una “nuova Babele”, ma possono diventare anche strumenti di cooperazione e responsabilità, a condizione che siano orientate da un’etica forte e da una governance capace di porre al centro la persona umana. La posta in gioco non è soltanto tecnologica, ma profondamente antropologica, etica e spirituale.[8]
Resta dunque aperto un compito decisivo: abitare criticamente la modernità tecnologica senza esserne assorbiti, riconoscendo nel pluralismo delle lingue, delle culture e delle relazioni non un ostacolo da superare, ma una ricchezza da custodire. Solo così sarà possibile evitare che la costruzione dell’umano si trasformi ancora una volta in una torre destinata al crollo, e contribuire invece a un’edificazione condivisa in cui la tecnica resti al servizio della vita e della dignità di tutti.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).
[1] D’ora in avanti useremo l’abbreviazione IA per indicare la locuzione Intelligenza Artificiale.
[2] N. DI BIANCO, Intelligenza Artificiale. Un punto di vista teologico, Edizione La Valle del Tempo, Napoli 2024, 44-45.
[3] D’ora in avanti useremo l’abbreviazione MH per indicare l’Enciclica Magnifica Humanitas.
[4] Il corsivo è dell’autore.
[5] Il problema non è la dispersione che Dio stesso vuole – “il Signore li disperse di là su tutta la terrà” – ma al contrario il “non disperdersi su tutta la terra” (Gen 11,4), l’accentrarsi in un unico popolo in un’urbanizzazione che omologa, elide le diversità e il pluralismo. Più che la dispersione Dio detesta la monoglossia – “hanno tutti un’unica lingua” (Gen 11,6) – che impone un’urbanizzazione cognitiva universale.
[6] Diversamente dalla caduta dei progenitori, che avevano violato il divieto di mangiare del frutto dell’albero della conoscenza (Gen 3), o del castigo del diluvio conseguente alla corruzione di tutta l’umanità, qui il testo non pone alcun divieto, né vi sono norme urbanistiche sull’altezza delle torri o sulla loro inedificabilità. Non enfatizzerei, pertanto, il sintagma “la cui cima tocchi il cielo”, anche perché il progetto della costruzione della torre (ziqqurat) è probabilmente motivato e giustificato dalla memoria del diluvio (Gen 6-9). Ciò che a Dio non piace è il progetto di un’urbanizzazione accentratrice che impone una monoetnia e una monoglossía, “un unico popolo e un’unica lingua”. Perciò, Dio compie due azioni: disperde il popolo su tutta la terra e confonde l’unica lingua, determinando una polietnia e una poliglossia.
[7] Cf. N. DI BIANCO, Intelligenza…, 71.
[8] In merito cf. N. DI BIANCO, Intelligenza Artificiale, Medicina e Neuroetica, Edizioni La Valle del tempo, Napoli 2025; P. SGRECCIA, IAEtica su palafitte, Armando Editore, Roma 2026.

