Come sostiene Kate Crawford nel suo libro l’intelligenza artificiale non è né intelligente né artificiale. Difatti, sebbene siamo portati a pensare che questi nuovi mezzi tecnologici siano autonomi e fanno affidamento a dei processi automatizzati, in realtà dipendono dagli esseri umani per il suo funzionamento e, in particolare, da quelli che possono essere considerati i nuovi “proletari digitali”. Quest’ultimi, che come attività lavorativa analizzano ed etichettano grandi quantità di dati (“data labeling”) permettendo alle IA di interpretare correttamente i dati forniti successivamente, sono spesso situati in paesi a basso reddito come Venezuela, Kenya e Madagascar, dove svolgono lavori ripetitivi e poco pagati. Difatti, le aziende tecnologiche, come OpenAI, Google e Meta, situate nei paesi maggiormente ricchi, esternalizzano spesso questo lavoro in regioni del mondo con costi del lavoro più bassi.
Questo processo di subappalto crea una catena di approvvigionamento che rende il lavoro di queste persone invisibile, aumentando perciò la precarietà e la poca tutela. Anche in Italia, quest’attività viene svolta per lo più da persone immigrate, che, non trovando altre condizioni lavorative migliori, si devono accontentare di un lavoro “nascosto” con paghe che vanno dai 7 ai 15 euro l’ora. Nonostante il loro ruolo fondamentale, questi lavoratori oltre ad essere poco riconosciuti e spesso sottoposti a condizioni lavorative difficili, con rischi di traumi psicologici, soprattutto quando devono moderare contenuti violenti o inappropriati, sono difficile da sindacalizzare: la “piattaformizzazione” del lavoro, ovvero l’uso di piattaforme digitali per la gestione del lavoro, li rende invisibili. Nonostante la direttiva europea piattaforme miri a migliorare le condizioni dei lavoratori, e sebbene ci siano esempi virtuosi come la Germania e il Kenya, il riconoscimento e la protezione effettiva rimangono sfide aperte.
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