Un tribunale di Hangzhou ha condannato un’azienda tech a risarcire con 260.000 yuan (pari a circa 28,000 sterline, riporta la testata britannica The Guardian, o 33.000 euro) un lavoratore licenziato dopo che l’azienda aveva deciso di sostituirlo con l’IA. Il dipendente, supervisore della qualità per i modelli linguistici, aveva rifiutato la proposta di declassamento con taglio del 40% dello stipendio ed era stato succesivamente licenziato. Il tribunale ha ritenuto il licenziamento illegittimo.
La sentenza è stata letta come un segnale rilevante per la tutela del lavoro nel contesto dell’automazione. In Cina l’adozione dell’IA gode di forte sostegno istituzionale e sociale, ma cresce la preoccupazione per l’impatto occupazionale, mentre il 17% dei giovani tra i 16 e i 24 anni è disoccupato. Secondo un sondaggio Ipsos citato nell’AI Index 2026 di Stanford, oltre l’80% dei cittadini cinesi si dice favorevole ai prodotti basati su’IA, contro meno del 40% in Regno Unito e Stati Uniti.
Kyle Chan (ricercatore presso la Brookings Institution) osserva che la Cina sta modificando il proprio approccio pubblico al tema, con un’attenzione crescente ai rischi occupazionali legati all’IA che inizia ad affiancare la narrazione, finora dominante, delle opportunità create dall’automazione. Un comitato arbitrale di Pechino aveva già stabilito che sostituire un lavoratore con uno strumento automatizzato non è di per sé motivo sufficiente per licenziarlo, aggiungendo che nel beneficiare dell’automazione i datori di lavoro dovrebbero assumersi anche corrispondenti responsabilità sociali.
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Immagine generata tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (02/02/2025).

