Dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa e, in particolare, dall’avvento di ChatGPT uno dei problemi maggiori della contemporaneità consiste nella capacità di distinguere tra testi scritti da esseri umani e quelli prodotti da algoritmi: è possibile, infatti, chiedere all’IA di OpenAI menzionata sopra di scrivere qualsiasi cosa in pochi secondi. Questo, come spesso avviene nelle rivoluzioni scientifiche, ha sollevato due sentimenti opposti: da una parte ci sono coloro che ne riconoscono il potenziale, mentre dall’altra aumentano i dubbi sull’utilizzo dell’IA nella produzione di contenuti.
Entrando maggiormente nel merito, la distinzione precedente non è sempre evidente e sono numerose le perplessità su quello che leggiamo. Difatti, essendo i modelli linguistici alla base di queste IA addestrati su enormi insiemi di dati, quello che succede è che utilizzano quest’ultimi per attingere ad informazioni in modo da “prevedere” la giusta sequenza di parole in risposta a una richiesta a livello sintattico. Quest’aspetto è ben visibile quando l’IA tende a usare parole e frasi comuni in modo ripetitivo e a impiegare un linguaggio fiorito, come se fosse programmata per scrivere testi di marketing. Al contrario, la scrittura umana molto spesso si fa carico di errori di battitura, ortografici e grammaticali, aspetti completamente assenti in sistema di IA. Oltre a questi dubbi circa la sintassi, l’IA non è immune da errori semantici: può inventare fatti inesatti, noti come “allucinazioni”.
In conclusione, si è sostenuto come ancora oggi non ci sia troppa chiarezza sul riconoscere se un testo è prodotto da un essere umano o meno: sebbene esistano strumenti di rilevamento del testo generato da IA, questi non sono sempre affidabili. Pertanto, il modo migliore per capire la provenienza di un elaborato è analizzarlo attentamente, cercando i segnali caratteristici e mantenendo sempre un sano scetticismo.
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