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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Come fregare un embargo con 13 milioni di core

LineShine

Nel 2021 il governo degli Stati Uniti inserì il National Supercomputing Center di Shenzhen nella Entity List, l’elenco con cui Washington limita l’accesso di aziende e organizzazioni straniere alle tecnologie americane. Secondo Washington, il centro e le altre entità colpite contribuivano alla costruzione di supercomputer utilizzati da soggetti militari cinesi e ai programmi di modernizzazione militare di Pechino. Cinque anni dopo, nello stesso centro di Shenzhen funziona la macchina che ha tolto agli Stati Uniti il primo posto nella classifica mondiale dei supercomputer. Non era esattamente l’effetto desiderato.

La guerra dei chip

La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina era cominciata molto prima di LineShine. Da anni Washington limita l’accesso di Pechino ai semiconduttori più avanzati e alle apparecchiature necessarie per produrli. Nell’ottobre 2022 la stretta diventò molto più severa: nuovi controlli colpirono i chip destinati al calcolo avanzato e diverse tecnologie necessarie alla loro fabbricazione. Negli anni successivi le regole furono aggiornate e allargate. La logica americana era semplice e, dal suo punto di vista, perfettamente razionale. La capacità di calcolo è diventata una risorsa strategica: serve all’intelligenza artificiale, alla ricerca scientifica, all’industria e alla difesa. Se controlli l’accesso ai chip più potenti, puoi rallentare chi vuole costruire macchine altrettanto potenti. Il problema viene dopo. Perché un divieto non dice soltanto alla Cina che cosa non può comprare. Le consegna anche, evidenziata in rosso, la lista delle cose dalle quali deve smettere di dipendere.

La leggenda dei chip di seconda scelta

Attorno a LineShine ha cominciato a circolare una storia molto seducente. Tagliata fuori dai chip occidentali più avanzati, la Cina avrebbe reagito mettendo insieme una quantità mostruosa di processori più convenzionali. Una specie di supercomputer autarchico: non abbiamo i pezzi migliori, ne useremo tredici milioni di peggiori. È una storia bellissima. Purtroppo, è raccontata male. LineShine utilizza processori LX2 progettati in Cina e basati sull’architettura Armv9. Ogni processore ha 304 core, memoria ad alta banda e capacità dedicate al calcolo vettoriale e matriciale. La macchina fa tutto con le CPU: non utilizza GPU né altri acceleratori separati, a differenza di molti grandi sistemi occidentali. Anche LingQi, la rete ad alta velocità che tiene insieme la macchina, è stata sviluppata in Cina. Pechino non ha risposto alle restrizioni recuperando componenti peggiori e usandone di più. Ha costruito un’architettura diversa, puntando su CPU progettate specificamente per il calcolo ad alte prestazioni, anziché affiancarle a GPU o altri acceleratori. Questo non significa che la Cina abbia risolto il problema delle restrizioni americane, né che possa fare a meno delle GPU più avanzate: basta cambiare tipo di calcolo per vedere LineShine perdere il primo posto. Ma davanti a una strada diventata molto più difficile da percorrere, Shenzhen non ha cercato un’automobile meno potente. Ha cambiato strada.

Il computer più potente del mondo*

C’è un asterisco nel primo posto di LineShine. La TOP500 utilizza come riferimento principale un test chiamato HPL che misura la velocità con cui una macchina risolve un determinato tipo di problema matematico ad alta precisione. Qui LineShine è prima, con 2,198 exaflop. Vince anche nell’HPCG, un secondo test più vicino ad alcune applicazioni scientifiche reali. Poi si cambia esercizio e cambia anche la classifica. Nell’HPL-MxP, che utilizza diversi livelli di precisione e riguarda un tipo di calcolo importante anche per l’intelligenza artificiale, LineShine scende al quarto posto con 7,92 exaflop. El Capitan arriva a 16,7. Anche i consumi raccontano qualcosa: circa 42 megawatt per LineShine contro i 30 di El Capitan. L’asterisco è tutto qui. LineShine guida due delle classifiche più importanti del supercomputing senza utilizzare le GPU presenti in molti sistemi concorrenti. Non batte le macchine americane in ogni tipo di calcolo e, quando vince, lo fa con una bolletta più pesante.

L’effetto collaterale

Le restrizioni possono rallentare lo sviluppo tecnologico cinese senza fermarlo. La Cina resta indietro in segmenti importanti della filiera dei semiconduttori, soprattutto nelle tecnologie di produzione più avanzate, e LineShine non cancella questo ritardo. Pechino investiva nell’autonomia tecnologica già prima della stretta americana. Washington non ha creato quella strategia: le ha dato un motivo in più per accelerare. LineShine è uno dei primi risultati visibili di questa pressione.

Tredici milioni di piccoli inconvenienti

Qui la storia incontra l’intelligenza artificiale. La corsa all’AI dipende in larga parte dalle GPU più potenti, un mercato dominato da Nvidia. Sono i chip utilizzati per addestrare molti dei modelli più avanzati e proprio per questo sono diventati uno dei bersagli delle restrizioni americane alle esportazioni verso la Cina. LineShine non dimostra che le GPU siano diventate inutili. I risultati nei calcoli a precisione mista mostrano anzi quanto gli acceleratori restino importanti in determinati carichi di lavoro. Ed è qui che le restrizioni americane producono il loro paradosso. Gli Stati Uniti controllano l’accesso ad alcune delle tecnologie che la Cina desidera di più. Facendolo, danno a Pechino un motivo formidabile per investire nel tentativo di ridurre quella dipendenza. Questo non significa che Washington abbia sbagliato i suoi calcoli. Le restrizioni potrebbero rallentare Pechino per anni e alcune tecnologie restano estremamente difficili da replicare. La classifica di giugno, però, contiene una piccola nota a piè di pagina. Il centro che gli Stati Uniti misero nella lista nera nel 2021 oggi ospita il supercomputer numero uno della TOP500. Ha più di tredici milioni di core. E, con la scarsa sensibilità diplomatica tipica dei processori, funzionano tutti.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2026).

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