Al Salone del Libro di Francoforte si riaccende lo scontro tra autori, traduttori e giganti tecnologici sull’uso dei contenuti protetti da copyright per addestrare i modelli linguistici. «Io lo chiamo “recel”: quando trai beneficio da un furto sapendo che il tuo beneficio è originato da un criminee», dichiara Jörn Cambreleng, direttore di Atlas. Cambreleng spiega, infatti, che la capacità degli LLM deriva da un uso massiccio e opaco di opere creative. Una battaglia definita “impari”, che vede professioni già sottopagate confrontarsi con aziende che rivendicano il segreto industriale. In questo scenario, l’AI Act europeo obbliga a dichiarare solo una minima parte dei dataset utilizzati, rendendo impossibile una remunerazione equa.
Le critiche non riguardano unicamente le conseguenze economiche subite dall’editoria, ma si riferiscono anche a quelle culturali e sociali. L’intelligenza artificiale, infatti, rischia di diffondere stereotipi e pregiudizi incorporati nei dati.
Anche i costi ambientali e umani nascosti dietro le infrastrutture tecnologiche sono oggetto di preoccupazione, dalla filiera del coltan in Congo all’impiego sottopagato di competenze mediche in Paesi a basso reddito. C’è infatti chi parla apertamente di colonizzazione digitale.
Sul fronte legale, i progressi appaiono rallentati. La causa intentata dal New York Times contro OpenAI e Microsoft non registra novità, mentre in Europa si moltiplicano i contenziosi, dalla società tedesca Gema contro OpenAI alle azioni dei giornalisti della “Süddeutsche Zeitung” contro clausole che permetterebbero l’uso dei loro testi per generare articoli automatizzati.
Alcune case editrici normalizzano l’impiego dell’Ai nelle traduzioni, altre, invece, tentano di valorizzare chi lavora sulle parole, portando in copertina il nome e il ruolo del traduttore.
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