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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Cos’è il Digital Omnibus e cosa ci rivela – Parte 1 | Dall’AI Act alla sterzata di Bruxelles

Immagine astratta e in stile disegno con pastelli dai colori caldi di una signora con taglio a caschetto e capelli biondi che regge un documento con su scritto "Digital Omnibus", sfondo astratto con immagine del continente europeo misto a sagome astratte di persone.

Questo è il primo di tre articoli dedicati al Digital Omnibus, il nuovo pacchetto europeo che rivede profondamente le regole su dati e intelligenza artificiale. In questa prima parte ricostruiamo il contesto: dalla promessa dell’AI Act al cambio di rotta della Commissione, passando per le pressioni degli Stati Uniti e dei governi europei. Nelle parti successive entreremo nel dettaglio delle modifiche normative (Parte 2), e infine delle loro conseguenze sulla democrazia digitale e sui diritti fondamentali (Parte 3).

Una scelta inaspettata, discussa e, per alcuni, auspicata

Il 19 novembre, la Commissione europea ha esposto ufficialmente il Digital Omnibus, un piano presentato con l’obiettivo di semplificare la vasta normativa digitale dell’Unione Europea. Questo piano prevede di rinviare di almeno un anno l’attuazione delle restrizioni sull’intelligenza artificiale, oltre ad altre modifiche fondamentali in ambito digitale.

Già da quest’estate si iniziò a sentire parlare più spesso della possibilità che l’UE cambiasse rotta sulla sua strategia nella corsa all’IA, passando dall’essere in pole position nella normativa AI, a volerlo essere sul mercato dell’AI anche a scapito del duro lavoro legale effettuato finora. Alcuni giornalisti, politici ed esperti erano sicuri che questa scelta si sarebbe presto concretizzata, vista la pressione che l’AI Act stava subendo sia da parte degli Stati Uniti che da paesi membri dell’UE. Altri, invece, non se lo aspettavano. Infatti, nonostante tutte le pressioni, l’Europa aveva, finora, sempre risposto difendendo il quadro normativo che stava stilando e puntava a consolidare un primato normativo in ambito digitale e tencologico.

Invece, il 19 novembre, Ursula von der Leyen, che in una dichiarazione ufficiale del 2023 si riferiva all’AI Act definendolo un “momento storico” per la sicurezza delle persone, ha introdotto un piano per allentare le normative fino ad ora sviluppate. Tuttavia, il Digital Omnibus è stato presentato come un adeguamento tecnico volto a rendere più efficace la regolamentazione dell’UE, non un annullamento del lavoro svolto in tutti questi anni. Si tratterebbe di una risposta alle molte critiche ricevute sul fatto che mancassero ancora alcune regole tecniche importanti e necessarie alle aziende per capire come attuare e rispettare la nuova legge. Parte delle accuse sono infatti rivolte proprio alle organizzazioni che dovevano scrivere queste regole, in quanto non avrebbero rispettato alcune scadenze.

Tuttavia, esiste un’altra motivazione che certamente ha spinto von Der Leyen a prendere questa decisione. Infatti, proprio a luglio gli Stati Uniti hanno annunciato dazi al 30% su tutti i prodotti UE a partire dal primo agosto, invitando chiaramente l’UE ad allentare la normativa prevista dall’AI Act, sostenendo che rallentasse la crescita economica delle aziende statunitensi, senza realmente stilare un quadro normativo utile. Ursula von der Leyen ha accettato di rivedere il quadro normativo europeo, ottenendo così un abbassamento dei dazi al 15%.

I dazi, insieme alle varie pressioni dei governi interni ed esterni all’UE, delle imprese statunitensi ma anche di alcune europee, hanno avuto un ruolo centrale nella nascita del Digital Omnibus.

AI Act, quando tutto è iniziato

Il 21 aprile 2021, la Commissione europea proponeva nuove regole e iniziative con l’obiettivo di trasformare l’Europa nel centro globale dell’Intelligenza Artificiale affidabile. La combinazione tra primo quadro giuridico sull’IA con un nuovo Piano Coordinato con gli Stati membri doveva garantire la sicurezza e i diritti fondamentali di persone e imprese, rafforzando sia l’adozione dell’IA, sia gli investimenti, oltre che l’innovazione in tutta l’UE. «Le proposte di oggi puntano a rafforzare la posizione dell’Europa come polo mondiale di eccellenza nell’IA, dal laboratorio al mercato, a garantire che l’IA in Europa rispetti i nostri valori e le nostre regole, oltre che a sfruttare il suo potenziale per l’industria», dichiarava all’epoca Thierry Breton, commissario per il Mercato interno.

Dopo qualche anno di lavoro, il primo agosto 2024 l’AI Act è entrato ufficialmente in vigore, ma prevedeva un’applicazione a tappe, con una fase intermedia importante nel 2026, per arrivare a una piena applicazione ad agosto 2027.

I primi dissensi non arrivano solo dagli Stati Uniti

Il governo e le big tech statunitensi, com’è ormai noto, non hanno mai visto di buon occhio l’AI Act e il GDPR, così come altri pacchetti di normative europee. Hanno fin da subito accusato le normative di essere poco chiare e di rallentare lo sviluppo tecnologico ed economico delle loro aziende, oltre che di quelle europee. Tuttavia, è meno noto che a lamentarsi dell’opacità delle normative europee siano state anche aziende e governi di Stati membri. Infatti, il 4 luglio 2025, startupper e investitori dei paesi nordici hanno pubblicato una lettera aperta alla Commissione europea per chiedere di fermare l’AI Act, con 33 firmatari a cui si sono aggiunti anche 50 manager di grandi aziende europee (in gran parte francesi) come, ad esempio, Arthur Mensch, co-fondatore di Mistral.

Il documento, chiamato “L’IA non è burocrazia”, avanzava la richiesta nota come “Stop the Clock” (“fermare l’orologio”, inteso dell’IA), che proponeva come esempio la Svezia, il cui primo ministro Ulf Kristersson ha già richiesto di mettere in pausa la regolamentazione AI. Tredici di questi firmatari rappresentavano aziende con sede nei paesi nordici.

Inoltre, proprio dal primo luglio 2025, la Danimarca ha avviato il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’UE, scegliendo di farsi portavoce delle istanze dei paesi nordici. Infatti, anche il governo Danese, così come 44 aziende locali, hanno manifestato la volontà di una pausa dell’AI Act.

Oltre ai paesi nordici, altri Stati europei che si sono mostrati a favore di un’allentamento dell’AI Act sono stati l’Italia, con diversi imprenditori che hanno aderito alla lettera aperta “Stop the Clock”, la Germania, che ha espresso la volontà di semplificare soprattutto il GDPR, e la Francia, che riteneva le regole troppo rigide.

Tra i firmatari più noti della lettera aperta, oltre al co-fondatore di Mistral, figurava anche Thomas Okmanas, cofondatore di Nord Security e di Nexos.ai, Harold Goddijn e Corinne Vigreux, fondatori di TomTom (la società dei navigatori), come anche Steffen Tjerrild, tra i cofondatore di Synthesia.

Il fatto che la lettera sia stata resa nota proprio a luglio potrebbe essere visto come un tentativo di approfittare di un momento di debolezza dell’UE, che stava negoziando con l’amministrazione Trump l’abbassamento dei dazi. Questo fa intendere quanto fosse importante anche per alcuni Stati membri la proposta del Digital Omnibus.

Diverse critiche alla regolamentazione AI dell’UE

L’argomento principale a sostegno di un allentamento delle normative UE è stata la necessità di bloccare tutto il processo prima che il regolamento, così com’era fino a prima del Digital Omnibus, rischiasse di trasformarsi in un problema troppo difficile da gestire. Infatti, è stato attribuito all’AI Act una mancata chiarezza nelle linee guida, nonostante ne venisse richiesta l’applicazione e venissero emesse delle sanzioni. Molte parti definite cruciali sono state descritte come imprecise e, quindi, difficili da applicare dal momento che le interpretazioni di queste regole potevano essere varie.

Le imprese hanno spiegato che un contesto normativo così opaco scoraggiava lo sviluppo e la proposta di nuovi sistemi di AI, in quanto il rischio di incorrere in sanzioni diventava troppo elevato, bloccando così l’innovazione di molte aziende.

Inoltre, gli enti preposti alla redazione degli standard tecnici, ovvero il Comitato europeo per la standardizzazione (CEN) e il Comitato europeo per gli standard elettronici (CENELEC), hanno confermato la difficoltà nel definire standard che siano al tempo stesso validi e funzionali. Hanno messo le mani avanti, annunciando un rallentamento nello sviluppo di tali standard e il probabile superamento della scadenza prevista per agosto 2026.

Tutto ciò, oltre a rallentare lo sviluppo dei prodotti destinati al mercato europeo, scoraggia ulteriormente chi vorrebbe investire in Europa.

L’Unione Europea risponde alle prime osservazioni

Nonostante tutte le pressioni subite dagli Stati Uniti prima, e dagli Stati membri dopo, l’UE ha sempre difeso e sostenuto la necessità di un quadro normativo, motivo per cui aveva iniziato a stilarne uno puntando così al primato normativo mondiale in ambito digitale e tecnologico.

Sembrava essere più affine alla filosofia del “chi va piano va sano ma va lontano, chi va forte incontra la morte”, credendo quindi in uno sviluppo più lento ma già inquadrato normativamente, in tal modo da crescere in maniera costante, senza dover poi, in un domani, compiere passi indietro o compromettere i diritti degli utenti. “La Commissione Europea deve smetterla di stare sulla difensiva: si deve semplificare dove si può ma si deve dire chiaramente che noi vogliamo che i nostri cittadini, lavoratori, consumatori e imprese siano tutelati dai rischi per sicurezza, salute e diritti fondamentali proprio per aumentare l’uso dell’AI in sicurezza” spiegava il 25 giugno Brando Benifei, parlamentare del Partito democratico e relatore per il Parlamento europeo a seguito delle diverse lettere di proteste che uscivano in quel periodo. Poi aggiunse: “[…] penso che tutti vogliamo essere certi che la diffusione di queste pratiche veda le giuste tutele per le imprese che usano questi prodotti comprati da sviluppatori terzi e non solo eventuali rimedi legali a disastri avvenuti”. Secondo Benifei, nonostante alcune big tech sembravano intenzionate a gestire tutto autonomamente senza regole, era importante rimanere fermi, aiutando e accompagnando le aziende e la crescita economica oltre che tecnologica, certo, ma senza rinunciare ai valori dell’UE.

Thomas Reigner, il portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica, la difesa, lo spazio e la ricerca, aveva risposto alle varie lettere sostenendo che l’UE avrebbe preso seriamente in considerazione le preoccupazioni espresse dalla comunità e dall’industria dell’IA ma che, tuttavia, il testo giuridico aveva una sua rilevanza e che sarebbe servito impegno da parte di tutti gli stati membri per rendere l’Europa il continente dell’IA.

L’UE motiva il Digital Omnibus

L’Unione Europea ha giustificato l’adozione del Digital Omnibus attribuendo la motivazione di questa decisione alla mancanza di attuazione da parte degli Stati membri e alla necessità delle aziende di avere più tempo per adattarsi alle nuove norme, considerate troppo complesse. Ha presentato questo piano come strumento per concedere loro più tempo per adattarsi alla regolamentazione AI, accompagnato dal tentativo di semplificare la normativa digitale dell’UE.

La Commissione europea ha dichiarato che il Digital Omnibus servirà anche a ridurre il carico burocratico del 25% per tutte le imprese e del 35% per le piccole medie imprese (PMI), rispondendo alle preoccupazioni del rapporto Draghi sulla competitività europea. L’obiettivo sarebbe quello di ridurre la burocrazia e far risparmiare alle aziende fino a 155 miliardi di euro entro il 2029.

I vantaggi, però, sono ancora per le big tech

Il Digital Omnibus è stato presentato come un aiuto per le PMI, spesso sommerse dai tanti obblighi di legge. Tuttavia, il modello proposto richiede comunque dei processi interni complessi, controlli continui e gestione strutturata dei dati, favorendo quindi chi, in realtà, ha già grandi risorse.

Le grandi piattaforme tecnologiche, invece, hanno già le strutture legali e tecniche per gestire facilmente questi sistemi di conformità. Sono le PMI che devono ricostruirli da zero o affidarsi a consulenze esterne, con costi spesso troppo alti.

Nonostante tra le motivazione di questa riforma ci fosse anche il voler semplificare e riequilibrare, il rischio è quello di rafforzare ancora di più le aziende più grandi.

Cosa rivela questa situazione

Thomas Reigner ha parlato del Digital Omnibus facendo riferimento a un cambio di rotta dell’UE che potrebbe essere segno di una certa volontà nel voler tendere la mano agli Stati Uniti, ascoltando le loro preoccupazioni. Questo cambio di rotta, però, potrebbe celare una situazione alquanto delicata e complessa per l’UE.

Se quest’estate sono stati annunciati dazi al 30% su tutti i prodotti dell’UE, qualche mese prima si sentiva molto parlare dei dazi strategici imposti dall’amministrazione Trump alla Cina. A differenza dell’UE, però, Pechino disponeva già di capacità tecnologiche avanzate, come dimostrato dal caso DeepSeek, un modello di AI cinese in grado di competere con i colossi della Silicon Valley. La conferma della competitività asiatica ha spinto le aziende cinesi (e anche quelle statunitensi) a rafforzare l’innovazione interna e a sviluppare alleanze internazionali, trasformando la pressione esterna in un’accelerazione del progresso tecnologico nazionale e globale.

L’Unione Europea ha avuto una reazione ben diversa ai dazi rispetto a quella della Cina. I dazi che gli USA hanno voluto imporre all’UE hanno consentito agli Stati Uniti, ma anche a Stati membri dell’UE, di fare pressione per allentare le normative sviluppate dall’UE per il digitale e l’AI che, secondo molti, erano più una barriera regolatoria all’innovazione che altro.

Un’UE sempre più sola e frammentata

Quel che ne emerge da tutta questa situazione è che l’UE si ritrova sempre più sola, con componenti interni che si discostano sempre di più dai valori fondamentali dell’UE, portandola a compiere passi indietro su un progetto che è stato frutto di lavoro di anni e che doveva renderla finalmente leadership mondiale in qualcosa e, per altro, di estremamente rilevante e all’avanguardia: il primato nella normativa AI e digitale. “Parte del messaggio che l’Europa sta trasmettendo al resto del mondo è che è esposta alle pressioni delle aziende tecnologiche e di altre nazioni“, ha affermato Natali Helberger, professoressa di diritto e tecnologia digitale all’Università di Amsterdam, aggiungendo che ”questo ne danneggia la credibilità”.

Questa situazione rivela fratture interne a livello di politiche oltre che di valori, e conferisce l’immagine di un’UE debole e sempre più fragile a livello economico, al punto di mettere al primo posto una logica di mercato, anche a scapito di alcuni diritti fondamentali come quello alla privacy.

Immagini generate tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (04/12/2025).

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