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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Etica e IA. Una visione filosofica tra Tecnologia e Dottrina Sociale

IA-Filosofia

L’IA influisce sulle nostre decisioni aggirando il presupposto etico secondo il quale è solo nella misura in cui la persona è interamente responsabile delle proprie scelte e azioni che si realizza una società libera e dal volto umano. Così rischiamo di venire strumentalizzati da chi riesce a usare le nuove tecnologie per influenzare i nostri comportamenti di consumatori ed elettori? Secondo il Global Risk Report del World Economic Forum, ciò costituirebbe – almeno nel prossimo biennio – una preoccupazione superiore al cambiamento climatico o alla situazione geopolitica. Le preoccupazioni per le ingerenze straniere nelle elezioni domestiche – uno dei temi del “super anno elettorale” 2024 –, ma anche per la manipolazione dei consumatori e la trasformazione del libero mercato in un “capitalismo della sorveglianza” caratterizzano senz’altro il nostro confronto con le nuove tecnologie, facendo emergere il bisogno della prospettiva dell’etica.

Molti identificano tale prospettiva con il bisogno di regole: e, come ogni sviluppo tecnologico in passato ha portato alla domesticazione della tecnica grazie a tali regole, diversi global player politici, economici e del terzo settore si impegnano in tale direzione, avendo prodotto finora oltre settanta cataloghi con almeno 160 principi diversi che però – come riassume Luciano Floridi – possono essere condensati nei cinque principi della beneficenza, non maleficenza, autonomia, giustizia ed esplicabilità, che include anche la trasparenza. Principi che dovrebbero servire a dare alle nuove tecnologie il volto dell’affidabilità (Trustworthy AI, come si intitola il primo grande documento europeo a riguardo del 2019).

Ciò che tali regole però non riusciranno a impedire è il fatto che con le tecnologie IA si realizza un nuovo step all’interno dell’evoluzione tecnologica, il quale è stato analizzato da alcuni pensatori già in tempi lontani dall’attuale “trasformazione digitale” della società: ossia che, focalizzandoci sull’artefatto tecnologico, perdiamo di vista ciò che succede allo stesso tempo, proprio mentre lo utilizziamo e ci preoccupiamo delle sue conseguenze. E ciò è un processo di trasformazione che riguarda come una società – e ogni singolo individuo – comprende se stessa: nella misura in cui cambiano gli “ambienti sociali” della vita umana, anche il modo in cui l’umanità si comprende all’interno di essi, è soggetto a una trasformazione. Ora, con le possibilità specifiche delle nuove tecnologie – che si chiamano “intelligenti” proprio perché riescono a svolgere, senza essere intelligenti, compiti per i quali noi esseri umani abbiamo bisogno di usare la nostra “intelligenza” o meglio il “pensiero” – specialmente le dimensioni eticamente sensibili dell’intelligenza umana possono essere demandate al calcolo. Ed è affascinante osservare la precisione con cui tali meccanismi funzionano, proponendo all’essere umano soluzioni rapide ed efficienti.

Proprio a questo punto, però, si apre uno spiraglio di riflessione etica nuova rispetto alle tecnologie precedenti: Hannah Arendt, con la sua tesi sulla “banalità del male”, ha infatti analizzato come il “male” si diffonda non sempre attraverso decisioni consapevoli – l’intenzione di nuocere all’altro –, ma attraverso un’apparente “normalità” con cui realizziamo i nostri impegni senza “pensare”. L’analisi di Arendt verteva sull’ufficiale nazista Eichmann, di cui la filosofa seguì il processo a Gerusalemme, il quale non mostrava un carattere cattivo: piuttosto era un burocrate normale che eseguì gli ordini sconsideratamente, diventando così “strumento” del male. In altre parole, non serve la “stupidità” per rendere le persone “strumenti” della volontà altrui, ma basta già l’assenza di pensiero. «L’assenza di pensiero non è stupidità; può essere riscontrata in persone molto intelligenti, e un cuore malvagio non ne è la causa; è probabilmente il contrario, che la malvagità può essere causata dall’assenza di pensiero».

Tornando al discorso sull’IA, certamente si tratta di uno strumento (e quindi non di qualcosa di cattivo), che però non è neutro, in quanto “cambia” o “trasforma” la realtà, sostituendo l’essere umano in quella dimensione decisiva per la realizzazione del “bene” o del “male” nelle sue azioni. Sono meccanismi che, sebbene “non pensino”, sostituiscono l’essere umano nel pensare. Se l’essere umano “pensa meno”, facendosi sostituire dalla tecnologia, allora ciò non è qualcosa di analogo alla sostituzione delle sue fatiche fisiche da parte delle macchine. Nel pensiero risiede il presupposto per l’assunzione di responsabilità. Non a caso per Immanuel Kant «servirsi della propria intelligenzasenza la guida di un altro» è il presupposto per «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità», e il suo imperativo «Sapere aude!», cioè «Osa pensare!», è la via della realizzazione dell’umanità.

In questa prospettiva, si trova anche una spiegazione del perché, giustamente, ci preoccupano i bias: non perché noi esseri umani non ne abbiamo – anzi, essendo i nostri specchi, queste tecnologie ereditano i pregiudizi direttamente da noi –, ma perché solo l’utilizzo del pensiero può riuscire a correggerli e superarli. E il pensiero nelle macchine, appunto, non si trova. O meglio: il problema dei sistemi IA non sono di per sé i giudizi morali più o meno programmabili, ma il fatto che prima di giudicare non pensano.

Per questo motivo, nel suo dovere di assumersi la responsabilità, l’essere umano non può lasciarsi sostituire. E se – con un’idea di Simone Weil ripresa da Filippo La Porta – “fare il bene” si lascia tradurre con “dare realtà” all’altro, mentre agire in modo cattivo o realizzare il male sarebbe in fondo un “togliere realtà” all’altro, allora diventa chiaro perché, per Byung-Chul Han, la trasformazione sociale delle nuove tecnologie porta al rischio dell’«espulsione dell’Altro». Tuttavia, rischio non significa una necessità inesorabile, proprio nella misura in cui, grazie alle nuove tecnologie, nascono anche molti nuovi modi di “ritrovare l’Altro” e “dargli realtà”. Dipende da che uso uno ne fa, come si suol dire, oppure forse meglio: dalla domanda se ci si mette il pensiero, cioè quella dimensione irriducibilmente umana dell’intelligenza, che non può mai essere astratta dalla realtà e diventare un semplice meccanismo, proprio perché essa è eticamente indirizzata all’altro. Ritrovare l’altro negli ambienti sociali umani, che vengono trasformati dalle nuove tecnologie, è dunque il vero imperativo etico nei tempi digitali.

Per il nostro rapporto umano con le nuove tecnologie, ciò significa innanzitutto, sempre secondo un’intuizione di Kant, che quando si superano i confini del pensiero, «in luogo di scoprire la verità», bisogna innanzitutto accontentarsi del «merito silenzioso d’impedire gli errori». E non a caso, sin dai tempi di Asimov, ciò è stato formulato come un principio base dell’etica dell’IA. Ma, allo stesso tempo, tale “principio negativo” non basta per indicare come “ritrovare l’altro” negli ambienti digitalmente trasformati. Per questo, nei confronti delle nuove tecnologie bisogna porre innanzitutto la questione sostanziale della giustizia, in primo luogo per quanto riguarda le sue conseguenze per il libero mercato e la democrazia. Questioni più “procedurali” (e “procedurale” è anche il criterio “giustizia” indicato tra i principi dei vari cataloghi sopra menzionati), come il problema della trasparenza e altri, sono da situare, innanzitutto, in un secondo luogo rispetto al tema dell’AI justice, che pone la domanda circa l’affermazione della dimensione umana, tra “soggetto” e “alterità”, come “principio positivo”. Mentre il “principio negativo” riguarda il funzionamento della tecnologia stessa, il secondo caratterizza strutturalmente gli ambienti sociali della realizzazione dell’essere umano.

A questo punto, la Dottrina sociale può contribuire in maniera sostanziale al dibattito, in quanto dispone di un’articolata considerazione della persona in tale relazione tra “soggetto” e “altro”. E, in quanto essa propone la sua visione, rende abbastanza improbabile lo scenario di futuri ordinamenti giuridici, economici e politici completamente diversi da quelli che stiamo vivendo. Una tale disruption implicherebbe infatti un punto di riferimento di tali regole – cioè l’essere umano come persona – radicalmente modificato, ossia un transumano. L’umanità risulterebbe modificata in una specie diversa, ovviamente grazie alla fusione con le nuove tecnologie. Proprio per “difendere” e “riscoprire” la persona nella sfera delle nuove tecnologie, così afferma la Dottrina sociale, bisogna riaffermare l’altro: la giustizia nasce, come dimostra la parabola del Buon Samaritano, quando uno – nel mondo digitale – arriva per la strada e, senza avere punti etici di orientamento, si dedica all’altro in quanto altro, facendosi muovere dalla compassione per l’altro nella sua umanità. È infatti significativo che Papa Francesco, che in quest’anno ha ripetutamente messo le nuove tecnologie al centro delle sue riflessioni, sia ritornato a parlare proprio del cuore, osservando che oggi «manca il cuore», per cui diventa possibile «l’uso anti-umano della tecnologia».

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