“Fare umanità” è un compito ineludibile per i rappresentanti della specie Homo, non appena si pensi che essi non dispongono di una solida “natura umana”. Gli studi di genetica ci fanno infatti capire che nel nostro DNA ci sono certamente informazioni per lo sviluppo di organi e di organismi evolutivamente adeguati, ma ci sono scarse informazioni per il comportamento. Un guaio, a cui Homo sapiens pone rimedio facendo ampio ricorso alle informazioni culturali, veicolate dalle società: la società in cui viviamo, non il DNA che ereditiamo, ci fornisce le informazioni di cui abbiamo bisogno per modellare il nostro comportamento, organizzare la nostra vita. Come diceva Michel de Montaigne nei suoi Essais, noi fin dalla nascita, beviamo con il latte materno, usi e costumi dell’ambiente circostante.
Problema risolto? Sì e no. È immaginabile che una persona conduca la sua vita intera nel guscio rassicurante della sua società di appartenenza. Ma non solo i condividui (le persone), pure le società non amano di solito soluzioni così uniformi: la vita, con i suoi sbalzi, le sue discontinuità, richiede qualcosa di più. Specialmente nei momenti di crisi, occorre che i soggetti umani pongano alla prova la validità delle forme di umanità di cui sono portatori. Di fronte al dolore fisico o morale, di fronte a un bivio, a una scelta radicale di ordine esistenziale, è molto probabile che gli schemi della routine quotidiana svelino la loro pochezza. I momenti di crisi richiedono l’adozione di forme di umanità più pensate, più nette e significative.
Riti che “fanno” l’uomo
Non sono poche le società umane – studiate un tempo da etnologi, antropologi, storici delle religioni – le quali predisponevano per i giovani riti particolari, in cui la crosta dei costumi formatasi sulla persona veniva “spezzata” con interventi anche dolorosi. Ne La foresta dei simboli (1967) Victor Turner aveva spiegato in questo modo la funzione della sofferenza rituale e aveva aggiunto che, proprio spezzando la crosta dei costumi, essa induce nei giovani il senso delle possibilità alternative. In effetti, non soltanto i giovani hanno bisogno di questi momenti di crisi per adottare forme di umanità più profonde e consapevoli; pure le società si avvantaggiano nell’avere membri che non siano fotocopie sbiadite e inutili di schemi abitudinari. È per questo che le società si premurano esse stesse a organizzare i “rituali di iniziazione”.

Li potremmo anche intendere come rituali “antropo-poietici”, perché è proprio lì che intenzionalmente si “fa umanità”, si fabbricano e si collaudano forme di umanità. È significativa la nudità a cui di solito vengono sottoposti i giovani: ci si libera degli abiti, come ci si libera dei vecchi costumi. Altrettanto significative sono le modificazioni del corpo, il cui scopo non è tanto quello di fare indossare ai giovani nuovi costumi, quanto piuttosto di insegnare loro l’importanza e l’inevitabilità della scelta, poiché la vita – come dicono i BaNande del Congo – è sempre amahwa, biforcazione, spesso difficile e dolorosa. Ma il rituale non consiste in un cambio di costumi: con l’insegnare la scelta, si insegna anche il dubbio, addirittura il dubbio sullo stesso rituale. Impressionante il modo con cui i ritualisti nande concludevano il loro canto-preghiera: «che il nostro viaggio generi degli uomini» (in F. Remotti, Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, 2013).
Da noi, a questo proposito, cosa succede? Non facciamo una scoperta particolarmente originale se sosteniamo che da noi i tipi di rituali appena descritti sono quasi del tutto assenti (Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet ne hanno parlato in un libro del 2014, dal titolo La fatica di diventare grandi. La scomparsa dei riti di passaggio). Per quanto un esame di maturità sia predisposto a valutare la maturità di un giovane, non pare abbia la stessa incidenza di un rituale “antropo-poietico”: si smontano forse le vecchie idee, le precedenti abitudini, si tagliano forse i legami famigliari, per costringere il giovane alla costruzione di un’umanità più sua e consapevole, così da capire – nella propria carne e nella propria mente – come e perché si debba dare forma all’umanità, persino con un forse finale, come quello dei BaNande?
In base a criteri morali e giuridici, la nostra società rigetterebbe del tutto questi rituali, giudicandoli “barbari” e “incivili”. Da noi si sente dire che la vita di per sé riserva tante prove ai giovani, per cui ci si affida al destino: la nostra società non se la sente di affrontare in proprio e mediante un’istituzione apposita una problematica tanto difficile, dolorosa, rischiosa. Si pensa anche, giustamente, che materie come la letteratura, la storia, la filosofia, la psicologia, la religione, l’arte siano in grado di fornire spunti e suggestioni di tipo antropo-poietico ai giovani che stanno crescendo. Ma il tutto risulta alquanto diluito, disperso in una miriade di occasioni e circostanze, difficili da sintetizzare.
Soprattutto c’è un aspetto che non abbiamo ancora considerato. I rituali di iniziazione antropo-poietica, a cui abbiamo alluso, obbligano il giovane non soltanto a liberarsi dei costumi precedenti e ad aprire nella sua vita un varco critico, mediante cui attingere a nuove possibilità: lo obbligano pure ad assumere uno sguardo diverso, meno interno e impastoiato, rispetto alla società in cui è costretto a vivere. I rituali antropo-poietici inducono ad avere uno sguardo più esterno, più consapevolmente aperto a modelli alternativi. Essi consistono dunque in una sorta di liberazione, per quanto temporanea e traumatica, dalla propria società. Tutto questo è possibile non soltanto grazie alla saggezza antropo-poietica di cui le società possono dare prova, ma anche alle dimensioni della società.
Megasocietà: sovraccarico informativo
Si torni ora al tema originario delle “informazioni” culturali di cui gli esseri umani hanno tanto bisogno. Se confrontiamo la quantità di informazioni di cui un giovane può disporre in una società tradizionale, di solito di piccole dimensioni, con la quantità di informazioni da cui è sommerso nelle nostre megasocietà praticamente globali, ci rendiamo conto dell’impossibilità di questa operazione in una società siffatta. Come può un giovane denudarsi di abiti, abitudini, costumi, mentalità per avere una visione critica sulla sua società? per elevarsi (erisumba, direbbero i BaNande) al di là di essa? per saltare fuori dalla matassa inestricabile di informazioni che di continuo sopraggiungono da ogni dove e su una pluralità indescrivibile di piani? Troppo grande, complessa, intricata, soprattutto troppo “informativa” è la nostra società per consentire a un giovane di liberarsene almeno per un po’. Giovani e non giovani, rimaniamo tutti impigliati in questo «incivilimento smisurato» (così lo definiva Giacomo Leopardi nei primi decenni dell’800).

In questa situazione non è che venga meno il “fare umanità”: data la carenza delle informazioni genetiche per il comportamento, l’antropo-poiesi è un’attività che si verifica di necessità ovunque, in ogni momento, a ogni livello. Ma ci sono molti modi di fare umanità: controllata e incontrollata, mirata o non programmata, anonima e inconsapevole, quotidiana o periodica. Nella nostra sterminata civiltà informativa e progressiva si aggiungono a ogni piè sospinto una quantità impressionante di mezzi e di media che investono menti e corpi. Occorrerà chiedere a studiosi esperti dell’Intelligenza Artificiale quali effetti essa stia producendo nella vita dei giovani in formazione (e ovviamente anche nella vita degli adulti). Ma che essa abbia un’incidenza nell’antropo-poiesi moderna è fuori di dubbio.
IA e antropo-poiesi
L’intelligenza artificiale è infatti una forma di umanità esteriorizzata, fortemente autonomizzata e quindi dotata di un potere subdolo e pervasivo nello stesso tempo. Con essa l’intrico delle opportunità e delle risorse aumenta vertiginosamente, ma come ormai ci ha fatto capire l’«incivilimento smisurato» in cui viviamo, ogni opportunità genera bisogni ulteriori: siamo non solo assediati, siamo persino accecati dai nuovi bisogni. L’idea primitiva, secondo cui per accedere a qualche forma di umanità più autentica e consapevole, più adatta ad affrontare la vita, occorre dolorosamente liberarsi dalla morsa dei costumi (nuovi o vecchi che siano), pare essere davvero sempre meno proponibile, tanto siamo invischiati nella ragnatela che – in nome del Progresso generale – via via abbiamo costruito e che non cessa di autocostruirsi. Vorrà dire che dobbiamo accontentarci di un’umanità più grigia, più cieca, più involuta di quanto potremmo meritare?
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